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“Aumentano i ricoveri in terapia intensiva nella Capitale”, non come a marzo ma urge cautela

Sul fronte dei nuovi contagi, se è vero che nel Paese è sempre la Lombardia a guidare questa inquietante ‘classifica’, purtroppo anche il Lazio ne ha di suoi. Basti pensare che soltanto nella Capitale nelle ultime 24 ore sono stati registrati 79 nuovi casi di coronavirus, grazie ai tamponi.

L’Anestesista: “Non come a marzo ma aumentano le terapie intensive”

Ma oggi a dare un quadro chiaro, e raggelante, della situazione a Roma è stato il direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione del Policlinico Gemelli Irccs di Roma, e membro del Comitato tecnico scientifico per il contenimento del coronavirus, Massimo Antonelli, il quale ha esordito affermando che “Stiamo registrando un incremento dei ricoveri, anche di quelli in terapia intensiva. Un fenomeno tollerabile dalle strutture sanitarie, che non ha nulla a che vedere con quanto abbiamo visto a marzo, ma che non deve essere sottovalutato. Al momento sono circa 25 i pazienti nelle terapie intensive in tutta la regione Lazio, 6 dei quali da noi, 3 a Tor Vergata, 10 all’Umberto I, ed 8 ieri allo Spallanzani”.

L’anestesista: “Oggi rispetto a marzo conosciamo il nostro nemico”

Tuttavia l’esperto cerca in qualche modo anche di rassicurare, spiegando che  “Bisogna anche dire che la nuova organizzazione delle strutture e i letti in più assicurati a livello regionale consentono di affrontare la situazione con tranquillità. Se, per ipotesi, la situazione dovesse arrivare ad avere un impatto simile a quello di marzo-aprile – afferma Antonelli – dobbiamo sottolineare che oggi siamo anche più preparati: conosciamo meglio il nostro nemico e sappiamo identificare e trattare prima i pazienti con sintomi. Risultato? I pazienti impegnativi arrivano prima in ospedale e, quando serve, arrivano prima anche in terapia intensiva: così  possiamo trattarli in modo precoce”.

L’anestesista: “L’intensità della malattia non è cambiata”

Entrando nello specifico della terapia adottata, il medico spiega che il ‘protocollo’ è lo stesso adottato nei giorni peggiori della virulenza: “Se c’è una polmonite da Covid, i pazienti possono essere ventilati, o in base alle loro condizioni intubati, pronati (messi a pancia in giù) o sottoposti a circolazione extracorporea. E la risposta richiede tempo. Se a marzo i ricoveri in terapia intensiva duravano 3-4 settimane, adesso vediamo questi pazienti per 10-15 giorni, rispetto ai 4-5 giorni di un ricovero medio in terapia intensiva“. Dunque non c’è da illudersi più di tanto perché, aggiunge, se oggi la gran parte dei casi Covid individuati ha pochi, o addirittura nessuno o sintomo, avverte, ”l’intensità della malattia non è cambiata”.

L’anestesista: “Seguiamo le regole anti-covid e arriveremo ad una fine”

Proprio per questo motivo, aggiunge il direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione del Policlinico Gemelli Irccs di Roma, ”Ecco perché, come esperti, non ci stanchiamo di ricordare l’importanza del distanziamento, dell’uso delle mascherine soprattutto negli ambienti chiusi e dove non è possibile la distanza, dell’igiene delle mani e di evitare le aggregazioni. L’atteggiamento che abbiamo visto questa estate, con un allentamento dell’attenzione, rappresenta una reazione comprensibile ma pericolosa. Dobbiamo sapere che queste precauzioni non dureranno per sempre, sono temporanee e si arriverà ad una fine. Ma a fare la differenza in questi mesi sarà proprio il senso di responsabilità con il quale decideremo di vivere la nostra vita. Faccio l’esempio dei matrimoni: in chiesa va tutto bene, a cena all’aperto magari anche, ma se poi si decide di festeggiare al chiuso è difficile mantenere comportamenti corretti. Privilegiamo le attività all’aperto e resistiamo per qualche mese: si arriverà ad una fine”.

L’anestesista: “L’età media dei pazienti è scesa toccando anche i 40enni”

Riguardo infine a quanto affermato, circa un calo tendenziale dei nuovi contagiati, Antonelli tiene a precisare che “Da luglio abbiamo visto scendere l’età media: prima era a 60-65/80 anni, poi abbiamo visto pazienti di 40-60 anni, mentre in parallelo il report dell’Istituto superiore di sanità segnalava che i positivi avevano intorno ai 30 anni. Però, nel momento in cui un giovane si infetta ed è pauci o per nulla sintomatico, diventa una fonte di contagio intrafamiliare, per nonni e genitori. Così oggi stiamo rivedendo malati di 65-70 anni o anche meno: in terapia intensiva al Gemelli abbiamo 3 pazienti di 45-55 anni e 3 over 70. Il caso più grave ha 52 anni ed è in circolazione extra-corporea”.

L’anestesista: “La risposta ed un pieno recupero richiedono tempo”

Non c’è nulla da fare, conclude quindi l‘esperto medico, ”Una volta che un paziente Covid è posto in circolazione extracorporea, la risposta richiede tempo. Abbiamo pazienti guariti 6 mesi fa: alcuni li abbiamo visti recuperare completamente, in altri permane una difficoltà respiratoria, problemi a gusto e olfatto e spesso una grande spossatezza. Si vedono ancora dei reliquati nei dimessi a marzo, ma al momento il periodo di osservazione è limitato e serve più tempo per avere le idee chiare. Insomma  il recupero pieno potrebbe richiedere più tempo”.

Max