Beckett al Ghione, Scaparro rilegge ‘Aspettando Godot’

Teatro dell’assurdo, metafisico. E’ difficile definire un’idea scenica andando a leggere tra le righe dei versi dei quali si compone. Se è vero che, come per un quadro, qualsiasi opera d’arte in realtà nasconde quello che vogliamo vedere, è altrettanto vero che, pur non rappresentando la verità assoluta, spesso l’autore approccia alla sua opera concettuale ma con in se il senso del definito.
Vi sono opere, come in questo caso, il cui senso attinge proprio dall’aspetto meno oggettivo del nostro interpretarle, lasciando così aperti più ‘sentieri’ d cammino.
In tal senso ‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett è una sorta di ‘pietra miliare’ del teatro – per l’appunto – dell’assurdo.
Per la regia dell’ottimo Maurizio Scaparro, il testo è in scena al Teatro Ghione di Roma (in via delle Fornaci,37 – info:06 6372294), fino a domenica 14 aprile.
Sul palco un interessante cast di attori come Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo, e Fabrizio Bordignon.
Tanto per dare idea di ciò che il pubblico andrà  a vedere, torna utile quanto riportato nelle note di scena redatte da  Gigi Giacobbe, che rivolgendosi a uno dei più celebri testi di Samuel Beckett, composto alla fine degli Anni ’40 dopo il 2° conflitto mondiale e la bomba atomica in Giappone e andato in scena la prima volta nei primi di gennaio del 1953 nel Thèatre de Babylone di Parigi, scrive: “.Un titolo, Aspettando Godot, che nel linguaggio corrente è diventato pure un modo per esprimere con quel gerundio del verbo aspettare, che qualcosa o qualcuno tarderà a giungere, non che non arriverà mai e che in tanti si sono scervellati a indicarlo come Dio, il Destino, la Morte. Noi propendiamo per quest’ultima affermazione. Anche se lo stesso Beckett mai ha voluto dare una risposta univoca. Tuttavia, assistendo al Verga di Catania a quest’ultima versione di Maurizio Scaparro, elegante e fedele al dettato beckettiano, la nostra convinzione diventa sempre meno peregrina. Infatti cos’è la nostra vita se non solo un’attesa dell’eterna nemica che in un giorno qualunque verrà a falciarci da questa terra? Certo, l’uomo sin dagli albori ha riempito il tempo con i suoi interessi, la famiglia, i figli e tutto ciò che poteva servire ad allontanarlo dall’idea della sua finitezza. Ed ecco che ha creato una lingua per comunicare, ha inventato la meridiana, la clessidra, l’orologio per frazionare il tempo, dividendolo in secondi, ore, giorni, settimane, mesi, anni etc.. Quel tempo che il noto fisico Stephen Hawking, condannato all’immobilità su una sedia a rotelle, ha dimostrato che non esiste, come se tutta l’umanità fosse chiusa in una sorta di buco nero. Quel tempo che fa andare in bestia lo stesso Pozzo nel secondo atto della pièce, qui vestito come un domatore da circo con bombetta e frak rossi ( i costumi sono di Lorenzo Cutuli) da un superbo Edoardo Siravo, che tiene al guinzaglio il facchino Lucky di Enrico Bonavera (molto applaudita la sua aulica tiritera senza senso), nel momento in cui Vladimiro gli chiede quando ha perso la vista, facendogli esclamare di finirla con le storie del tempo: ” è successo un giorno come tutti gli altri, un giorno io sono diventato cieco…un giorno siamo nati, un giorno moriremo, lo stesso istante , non vi basta? Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte”.
Max