BERE IL PROSECCO FA SBRICIOLARE I DENTI, I MEDIA BRITANNICI TORNANO ALL’ATTACCO

Mentre con l’arrivo delle feste ci apprestiamo a consumarne in gran quantità, lo spumante torna nell’occhio del ciclone. O meglio, i suoi detrattori ricominciano a delegittimarne le riconosciute ed apprezzate proprietà. Inizialmente era stato il tabloid britannico The Guardian’ a far saltare sulle sedie le prestigiose case produttrici italiane, affermando che il prosecco era ’pericoloso’ in quanto, un suo largo consumo avrebbe concorso allo ’sbriciolamento’ dei denti’. Quando, dopo le polemiche (e le legittime proteste dei produttori), seguite alle notizie, sembrano finalmente essersi appianate, ecco che parte un nuovo attacco. Stavolta è scrive il ’Daily Mail’, che facendo riferimento ad una recente ricerca condotta dall’Oral Health Foundation, ha scritto di “Immagini sconvolgenti rivelano che il prosecco ha un effetto devastante sui denti”. Lo afferma un team di studiosi inglesi che ha monitorato l’impatto di alcune bevande, tra le quali appunto anche lo spumante, hanno sullo smalto dei denti, ’immergendo’ all’interno die calici molari ed incisivi per 14 giorni. Ebbene, rivelano gli studiosi, “L’elevato contenuto di zuccheri e acidità contenuto nel prosecco colpisce i bevitori con il doppio smacco di erosione e decadimento dei denti”. Come testimonia il professor Ben Atkins, il primo a denunciare le disastrose conseguenze dei denti sbriciolati, “Prima che il dente venisse immerso lo smalto era bianco e lucido, ma dopo due giorni è apparso scolorito e ruvido mentre dopo due settimane la superficie ha iniziato a dissolversi. Se prendessi in mano il dente ora probabilmente si trasformerebbe in polvere simile al gesso”. Secondo Atkins nello specifico la colpa sarebbe però della “demineralizzazione”, del resto, “ad eccezione del latte e dell’acqua – ha spiegato ancora lo studioso – tutte le bevande testate presentano rischi di decomposizione. Tuttavia, nessuno ha mai esaminato il modo in cui si relazionano e quanto possano rovinare i denti umani in condizioni cliniche”.
M.