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CasaPound, il vice presidente Di Stefano: “Sgombero, attacco politico. La Raggi? Cerca consensi”

Ultimo aggiornamento 20:10
SIMONE DI STEFANO LEADER CASAPOUND

“Non si capisce per quale motivo si dovrebbe ripristinare la legalità a Roma partendo da questo palazzo e non dagli altri cento che sono già in cima a una lista stilata da Questura e Prefettura pochi mesi fa. Nessuno dei palazzi nella lista è stato sgomberato, si dovrebbe cominciare da questo. E qualcuno ci dovrebbe spiegare perché”.

E’ abbastanza furioso Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound, la cui sede romana, uno stabile di via Napoleone III, è stato messo sotto sequestro preventivo.

Quindi, davanti ai microfoni dei giornalisti, replica che ”Lo sgombero è un attacco politico strumentale che proviene dalla magistratura di sinistra, dal successore di Palamara che è Albamonte. Non ci è stata notificata alcuna richiesta di sequestro – spiega il vicepresidente di Casapound quando arriverà faremo ricorso nelle sedi opportune così come si fa.

Di Stefano: “A Roma sono decine gli immobili occupati”

Del resto, fa notare ancora Di Stefano, ”A Roma ci sono decine di immobili occupati e posti sotto sequestro dove sono ancora le famiglie e che non sono stati sgomberati. C’è una lista lunghissima di sgomberi da fare. Con questa operazione che è un attacco politico si vuole portare CasaPound in cima alla lista degli sgomberi da fare”.

Di Stefano: “Rifiutiamo le offerte venute della Raggi”

Quindi, domanda e si domande il vice leader di CasaPound: ”Forse Virginia Raggi in campagna elettorale ha bisogno di recuperare voti a sinistra sul Partito democratico? Nel palazzo ci sono una sessantina di persone che se saranno sgomberate non andranno a Ostia. Non sappiamo dove, comunque, perché l’ultima volta che abbiamo difeso le persone che abitavano in una palazzina, quella in via del Colosseo sgomberata, le famiglie sono state mandate in un campeggio e in un campo nomadi. Non so quali strutture ricettive possa offrire il Comune di Roma – prosegue ancora il vice-presidente di Casapound – nei fatti comunque le rifiutiamo. Non abbiamo intenzione di ascoltare le offerte di Virginia Raggi“. 

“CasaPound è qui da 16 anni. Non ce ne andiamo”

“Siamo qui da 16 anni e ovviamente abbiamo intenzione di restare. Se qualcuno ha intenzione di fare questo sgombero vedremo cosa succede quel giorno – urla Di Stefano – Abbiamo intenzione di mantenere l’occupazione e il palazzo. Se si vuole trovare una sistemazione, questo è un immobile pubblico, lo si può assegnare tranquillamente alle famiglie che vivono qui dentro”.

Di Stefano: “Qui c’erano soltanto 16 uffici sgangherati”

Del resto, ricorda ancora il vice presidente del movimento romano di destra: “Abbiamo 140 sedi affittate in tutta Italia. Il movimento è nato sulle barricate di questa occupazione, è un simbolo. Il calcolo che fa l’erario sul mancato introito non regge. Si calcola una perdita come se ci fossero 18 appartamenti pronti per essere messi sul mercato. Ma non è così, anzi: questo stabile era stato abbandonato, c’erano 18 uffici sgangherati che chi ha occupato ha rimesso a posto facendo la manutenzione per 16 anni. Tutti questi costi l’erario non li calcola. Se l’erario vuole un introito faccia un affitto calmierato alle famiglie che sono qui dentro e ben disposte a pagarlo“.

Di Stefano: “Chi minaccia le persone è un matto”

Infine, riguardo al ‘linguaggio’, spesso ‘forte’, che imputano al suo movimento, Di Stefano commenta che ”I social sono pieni di matti, non ci dissociamo perché non siamo associati. Chi va in giro a minacciare le persone è un matto conclamato ma non è una questione politica. Le valutazioni deve farle la Questura”.

CasaPound: “Raggi è già in campagna elettorale”

Infine, ancora un attacco alla Raggi: ”Il sindaco di Roma ha già la scorta e ci auguriamo che mai le vanga torto un capello. Fa il suo lavoro, è in campagna elettorale e ha deciso di iniziarla con questo fuoco d’artificio per distrarre i romani da quello che si vede in giro per la città e il governo le va appresso per distrarre gli italiani dalle proprie inconcludenze”.

Max