Caso Davide Cervia, riconosciuti gli ’’errori di Stato’’

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    Dopo ben 28 anni si riapre il caso Davide Cervia, sergente esperto di guerra elettronica, scomparso in circostanze misteriose il 12 settembre 1990 a Velletri. Le indagini confermarano che si trattò di un rapimento, ma di recente il ministero della Difesa è stato condannato a risarcire i familiari per “avere violato il loro diritto alla verità”. Si tratta di una condanna simbolica di un euro, che il precedente governo aveva impugnato. L’attuale ministro Trenta ha però ripreso in mano la vicenda, disponendo non solo di non accogliere il ricorso, ma anche di “riconoscere gli errori dello Stato, verso una famiglia che merita rispetto e verità”. 
    “Ringrazio il ministro Trenta, dal quale ho avuto un gesto di umanità mai ricevuto finora – ha detto la moglie di Cervia, Marisa Gentili – Ma adesso la politica, se ha davvero intenzione di far luce sulla scomparsa di mio marito, istituisca un’apposita commissione parlamentare di inchiesta. Dietro il suo rapimento potrebbe esserci il traffico di armi e il depistaggio da pezzi dell Davide Cervia, originario di Sanremo, oggi avrebbe 59 anni. Scomparve a Velletri il 12 settembre 1990. Arruolatosi in Marina a 19 anni, diventa un esperto in guerra elettronica con la qualifica Ete/Ge. Nel 1984 si congeda con il grado di sergente. La sua scomparsa viene inizialmente rubricata come allontanamento volontario, ma due testimoni riferiscono di aver assistito al rapimento. La famiglia ipotizza da subito che il sequestro sia da ricondurre alle sue conoscenze tecniche e militari.
    Gli anni seguenti sono un susseguirsi di episodi inquietanti legati al caso Davide Cervia. Circa un anno dopo il rapimento, viene ritrovata la vettura con cui i testimoni dicono di aver visto fuggire i rapitori di Cervia e il loro ostaggio: dentro c’è ancora il mazzo di fiori che l’ex militare aveva comprato per la moglie. Subito dopo, la famiglia riferisce di aver ricevuto un’offerta di un miliardo di lire per “lasciare perdere” e tacere. Molte le lettere anonime ricevute negli anni dai familiari: in una c’era scritto che Cervia sarebbe morto in un bombardamento a Baghdad, in un’altra lo si dava prigioniero in Libia o in Arabia Saudita. Altre piste portano in Iran, in Russia (con riferimento al furto di tecnologie militari e alla vendita di tali segreti al Kgb), ma anche in Somalia e nel Sahara Occidentale.
    Nel 1997 la moglie riceve una telefonata: dall’altro capo la voce di Cervia, ma era una registrazione. Nel 2000, la procura generale presso la Corte d’appello di Roma, pur confermando l’ipotesi del rapimento, archivia il fascicolo per l’impossibilità di individuare i colpevoli. Nel 2012 la famiglia fa causa al Governo, in sede civile, e lo scorso gennaio il ministero della Difesa viene condannato al risarcimento di un euro, la somma simbolica chiesta dalla moglie e dai due figli di Cervia, per “avere violato il loro diritto alla verità”. Vale a dire il diritto “a chiedere e ad ottenere, dai soggetti che le detenevano, ogni notizia ed ogni informazione relativa al proprio congiunto, al fine della individuazione delle ragioni della sua scomparsa”. Secondo il tribunale, in particolare, la Marina non avrebbe fornito informazioni “tempestive, esatte e complete” sul caso di Davide Cervia. Informazioni, secondo legali della famiglia, che se conosciute avrebbero potuto salvare la vita dell’ex militare.