DA CHARLIE HEBDO ALLA SIRIA, NEL 2015 SONO 110 I GIORNALISTI UCCISI NEL MONDO

Giunti alla fine di ogni anno è usuale fare un bilancio di quanto accaduto nei dodici mesi precedenti. Un bilancio, tragico, lo ha fatto anche l’associazione “Reporter senza frontiere” (RSF). Dal report pubblicato oggi emerge un dato drammatico, solo nel 2015 sono ben 110 i giornalisti uccisi durante lo svolgimento del loro lavoro. Il totale delle vittime dal 2005 a oggi sale così a 787.

Da quanto emerso, 49 sono stati assassinati in quanto obiettivo dei loro carnefici proprio per la professione che svolgevano e altri 18 durante la realizzazione dei loro servizi pur senza esser stati individuati come giornalisti. Addirittura 43 i morti per ragioni rimaste ancora sconosciute. Stando alle analisi di RSF, il motivo che rende impossibile determinare il perché della loro uccisione risiede nella carenza di accurate e imparziali investigazioni da parte dei governi degli stati dove sono avvenuti i delitti o per la difficoltà di condurre indagini in paesi instabili e dove è scarsa l’osservanza della legge. Ciò rifletterebbe il problema, denunciato più volte da RSF, dell’impunità nei confronti delle violenze contro i giornalisti in molte zone del mondo come Medio Oriente, America Latina, Asia e Africa subsahariana.

Ciò che stupisce, però, è che 2/3 sono morti in quelle zone definite “di pace”, cioè fuori dai teatri di guerra. Il dato del 2014 riportava esattamente l’opposto. Contribuiscono a tutto ciò le morti dei giornalisti di Charlie Hebdo avvenute lo scorso 7 gennaio per mano di terroristi legati alla frangia yemenita di Al Qaeda.

La Francia balza così al terzo posto nella classifica delle nazioni in cui è avvenuto il maggior numero di morti. Al primo posto c’è l’Iraq con 11 giornalisti uccisi, segue la Siria con 10, poi Francia, Yemen, Sudan, India, Messico, Filippine e Honduras che chiude con 7.

Al già elevato numero di vittime si vanno poi ad aggiungere 27 “citizens-journalist”, ovvero giornalisti non professionisti, e 7 operatori del settore.

Il report mostra, inoltre, i 5 fatti che più tristemente hanno segnato l’anno che sta volgendo al termine, 4 dei quali legati al terrorismo islamico. Impossibile da dimenticare è il già citato attacco alla redazione di Charlie Hebdo, dove l’unica colpa è stata quella di aver disegnato le ormai note vignette satiriche su Maometto. Sempre legata al fanatismo islamico è la morte di Kenji Goto, freelance giapponese, ucciso dall’Isis in Siria lo scorso 31 gennaio dopo essere rimasto prigioniero per 3 mesi. Riconducibili al terrorismo anche le morti dei quattro blogger del Bangladesh, vittime di Ansar al-Islam, branca di Al Qaeda nel subcontinente indiano, e quella di Hindiya Mohamed, giornalista somala uccisa dalle milizie di Al Shabaab. L’unico evento non riconducibile alla stessa matrice è la morte del fotogiornalista Rubén Espinosa morto a Città del Messico dove si era rifugiato dopo le minacce ricevute a Veracruz, uno degli stati federali del Messico. Proprio Veracruz viene citato nel report di RSF, insieme a Oaxaca, come uno dei territori più pericolosi del Sud America e del mondo.

Oltre alle tante, troppe, vittime, vanno ricordati anche coloro che, pur se ancora in vita, sono stati privati della possibilità di svolgere il proprio lavoro. Tra questi figurano i 54 i giornalisti tenuti in ostaggio, 26 solamente in Siria, e i 153 rinchiusi in prigione. Il primato, in quest’ultimo caso, va alla Cina che fa registrare 23 detenuti.

“Reporter senza frontiere”, che accusa le istituzioni di non aver fatto abbastanza per proteggere coloro che cercano solamente di dare informazione ai cittadini nel mondo, ha preso in mano le redini della situazione appellandosi più volte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per far sì che venga garantita maggior protezione ai giornalisti. RSF ha inoltre pubblicato una guida per la sicurezza in collaborazione con l’UNESCO e disponibile in inglese, francese, spagnolo e arabo, con i consigli da seguire per coloro che sono impegnati in zone ad alto rischio.

Luca Crosti