FALLUJA: LA VITA DEI 50.000 CIVILI SOSPESA TRA L’ISIS E LE FORZE MILITARI IRACHENE

Le forze militari irachene e le milizie sciite filo-iraniane sono riuscite ad entrare nella città di Falluja, roccaforte dell’Isis in Iraq. Quella per la riconquista della città si prospetta come una lunga e aspra battaglia nella quale, indipendentemente da chi vincerà, il rischio più grande è che le vittime saranno comunque i civili.

La prima fase dell’offensiva per liberare Falluja, controllata dal sedicente Stato islamico ormai dal 2014, è iniziata lo scorso 23 maggio e finora si era concentrata nei villaggi circostanti. Ora, come riportato da alcune fonti ufficiali, l’inerzia dello scontro sembra essersi spostata a favore delle forze governative le quali sarebbero riuscite ad issare la bandiera irachena su alcuni edifici nella periferia sud. A dispetto, però, dei toni trionfalistici usati dal governo iracheno, di strada da fare ce ne sarà ancora molta.  Sarà una strada estremamente in salita, perché le maggiori difficoltà cui si andrà in contro non saranno tanto quelle militari, considerando anche che l’Isis su questo fronte sembra incontrare più difficoltà del previsto, quanto quelle umanitarie, comunitarie e politiche.

Falluja è solo un caso tra tanti, poiché di situazioni simili l’Iraq e la Siria, così come ogni altro territorio controllato da Daesh, se ne troveranno a centinaia da qui a quando l’Isis potrà dirsi definitivamente sconfitto. Da come finirà la riconquista della città si potrà dire se le forze moderate arabe e i governi della Coalizione avranno capito come veramente il fenomeno fondamentalista può essere eliminato oppure no. Da una parte c’è lo Stato islamico, dall’altra quelli che in molti non hanno esitato a definire i “liberatori”, in mezzo i civili della città. Sono loro che rischiano, ancora una volta, di essere i veri sconfitti di questo conflitto. 

GLI ORRORI DELL’ISIS

In più di un’occasione i media hanno rilanciato notizie che raccontavano degli orrori compiuti da Is lungo le strade di Falluja. Si parla di 50mila persone tenute in ostaggio all’interno della città e alle quali viene impedito di fuggire. Sono relativamente pochi, circa 3000, coloro che sono riusciti a mettersi in salvo da quando è iniziata l’offensiva governativa. Per gli altri la situazione è drammatica.

Sul piano militare l’Isis sta incontrando più difficoltà di quanto si sarebbe aspettato e proprio per questo necessita di rimpinguare continuamente le fila del suo esercito. Non bastano più, evidentemente, i combattenti locali e i foreign fighters che continuano ad abbandonare le proprie vite in Europa per inseguire il sogno fondamentalista (a tal proposito un ultimo rapporto dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali parla di 4000 combattenti stranieri che si sono arruolati e combattono per lo Stato islamico). Soluzione al problema, quindi, è proprio quella di arruolare i cittadini di Falluja. Chi rifiuta di combattere viene ucciso. La conferma arriva da Leila Jane Nassif, rappresentante dell’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in Iraq: “Ci sono notizie di un aumento drammatico nel numero di esecuzioni di uomini e ragazzi che a Falluja si rifiutano di combattere per le forze estremiste”. La stessa sorte tocca a chi cerca di lasciare la città: “Molte persone sono state uccise o sepolte vive sotto le macerie delle loro case. Altri hanno perso la loro vita cercando di lasciare la città, tra cui donne e bambini. Altri sono stati giustiziati o frustati. A un uomo è stata amputata una gamba”, ha aggiunto Nassif.

Anche per chi non viene ucciso dall’Isis, la situazione non è facile. Le condizioni di salute iniziano, infatti, a scarseggiare: “Le scorte alimentari sono limitate e controllate. Le medicine mancano e molte famiglie non hanno altra scelta se non affidarsi ad acqua sporca e non sicura”, ha riferito Lise Grande, coordinatrice umanitaria dell’Onu per l’Iraq.

SE ANCHE I “LIBERATORI” DIVENTANO CARNEFICI…

La vita della popolazione di Falluja, però, non è a rischio esclusivamente a causa dell’Isis. Altro pericolo viene proprio da coloro che dovrebbero garantirgli la ritrovata libertà. Le milizie sciite che sono state coinvolte nell’operazione hanno più volte usato toni provocatori nei confronti di chi è rimasto in città. La roccaforte dello Stato islamico, infatti, è a maggioranza sunnita (sciiti e sunniti sono due delle maggiori correnti della religione islamica) e proprio per questo i cittadini vengono accusati di essere “collaborazionisti” dei jihadisti. Osservatori locali temono che una volta completata la riconquista gli abitanti possano essere giustiziati. Proprio per questo i leader tribali avrebbero stretto accordi con le milizie sciite per garantire che eventuali sospettati di “collaborazionismo” vengano sottoposti al giudizio delle Corti di giustizia. Il pericolo di vendette pare infatti essere concreto. Già in passato, stando a diverse testimonianze, gli sciiti sono stati accusati di compiere atrocità nei confronti dei sunniti presenti nei territori sottratti allo Stato islamico.

…NON SI È SULLA GIUSTA STRADA

Il problema, nonché la soluzione, dell’intera questione è qui. L’intervento militare può essere più o meno utile per sconfiggere il fenomeno fondamentalista. L’intervento migliore, però, rimane un altro. È quello politico e culturale, un intervento di mediazione tra le diverse forze in campo. Sono proprio fatti come quelli che raccontano delle violenze sunnite sugli sciiti che non fanno altro che alimentare le tensioni e la polarizzazione politica e ideologica che segna i territori del Medio Oriente. Quelle stesse tensioni che poi rendono possibile lo sviluppo di fenomeni come lo Stato islamico, non certo la prima organizzazione islamista e terroristica nata nel corso degli anni.

È solo nel momento in cui le diverse fazioni, le diverse tribù e le numerose correnti dell’Islam impareranno a convivere che, probabilmente, il fondamentalismo sarà eliminato. È in questo contesto che l’Occidente potrà e dovrà avere un ruolo importante.

Luca Crosti