ULTIME NOTIZIE

‘Frankenstein ’80’: il film trash italiano della settimana, di Mario Mancini (1972)

Ultimamente, grazie anche alle citazioni di Quentin Tarantino – che ha sempre ammesso di essere un ‘patito’ del cinema italiano dei Settanta, al punto da esserne stato ispirato più volte – molte pellicole a basso costo, all’epoca definite ‘di cassetta’ o ‘demenziali’, sotto l‘egida di ‘trash’ hanno goduto di un vero e proprio sdoganamento, acquisendo il più prestigioso titolo di ‘cult’.

Del resto, anche i film apparentemente più insignificanti, se inseriti in quel preciso arco temporale, oggi trovano più di un motivo per essere giudicati con molta più clemenza e curiosità in quanto, non c’è uno che non serbi sorprese o curiosità degne di nota.

Così, ogni domenica, spaziando nei vari generi, vi proporremo i film più trash – e probabilmente meno conosciuti – dei Settanta, per riscoprire insieme (al di là delle puntali stroncature dei critici del tempo), quanto c’era invece ‘tra le righe’ di buono…

‘Frankenstein ’80’, pellicola italiana del 1972

Il regista – classe 1935, Mario Mancini, dopo aver lungamente lavorato sulla fotografia, alla fine dei Cinquanta debutta nel cinema come assistente operatore fino a quando decide di sperimentarsi nella cosiddetta ‘camera a mano’, ruolo che , dopo ‘Eva, la venere selvaggia’, lo vede al lavoro al fianco dell’allora regista specializzato in horror Mario Bava, con il quale realizza ‘Sei donne per l’assassino’. Esperienza che ripete poco dopo sul set di ‘Totò notte N° 1’. Tuttavia è sempre la fotografia ad appassionarlo e, come direttore della fotografia, colleziona diverse esperienze sia in televisione che al cinema, dove presta la sua specialità in film di discreto successo come ‘Ostia’ e ‘Terror! Il castello delle donne maledette’. Rispetto a quest’ultima pellicola però le voci sono discordanti, sembrerebbe infatti che in quest’occasione Mancini abbia anche lavorato come regista.

La sceneggiatura, la ricerca di un’idea

Fatto è che qualcosa deve essere scattato in quanto, per la prima volta, Mancini decide di passare alla fase realizzativa, mettendosi a lavorare ad un soggetto.

Basti pensare che già l’anno dopo dal film che Mancini si accinge a scrivere, arriverà sugli schermi ‘L’esorcista’, mentre in Italia Dario Argento ha già completato la cosiddetta ‘trilogia degli animali’, con ‘L’uccello dalle piume di cristallo’ (1970) e, ‘Il gatto a 9 code’, e ‘Quattro mosche di velluto grigio’, entrambi usciti addirittura nel 1971.

Inoltre, particolare che a breve aprirà un nuovo orizzonte cinematografico, siamo in pieno boom horror e fantasy e, non da meno, anche l’eros inizia a fare la sua timida comparsa, prendendosi sempre qualche minuto in più tutto per se, ’azzardato’ (che sia una ‘doccia’ o una generosa scollatura della co-protagonista) in qualsiasi pellicola.

L’ispirazione al romanzo di Mary Shelley

Dunque, in un mercato pieno di psicopatici, streghe, e serial killer, Mancini cerca un’idea originale per distinguersi. Ispirato da una narrazione più ‘classica’, guardandosi intorno nota che in America, ai botteghini sta ‘funzionando’ il remake del Frankenstein di Mary Shelley (‘Frankenstein ’70’), sempre interpretato dal magnifico Boris Karloff, che dopo aver interpretato per ben tre volte il mostro (debuttò nel lontano 1931, diretto dal regista James Whale), stavolta veste i panni dello scienziato Victor. 

Il primo trapianto di cuore di Barnard

Dunque, visto che in Italia questa storia non è ma stata trattata, perché non ispirarsi  al racconto della Shelley? L’idea è quella di diversificare la storia, ambientandola nel contemporaneo, e contestualizzandone i contenuti, visto che siamo anche nel pieno di una rivoluzione epocale della medicina moderna: due anni prima infatti, il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard ha sperimentato il primo trapianto di cuore, svelando i complessi meccanismi determinati dal rigetto, argomento fino ad allora poco conosciuto e trattato.

Mancini propone quindi il suo progetto a diversi produttori, ma l’idea viene giudicata azzardata: è troppo ‘vicino’ il Frankenstein made in Usa, e per essere all’altezza servirebbero altrettanti capitali, attori ‘di grido’ e tempi di lavorazione troppo elevati.

Una produzione destinata a divenire a basso costo

Mancini incassa con amarezza la ‘poca fiducia’, ma decide ugualmente di gettarsi anima e cuore in questo progetto. Sa che non può disporre di molti soldi e mezzi, e deve ottimizzare cercando al tempo stesso di non penalizzare troppo ciò che ha in mente.

Decide quindi di puntare sugli ambienti interni, privilegiando la notte, e questo riduce di molto il contributo delle location, che di fatto passano in secondo piano. Così, per girare alcuni esterni sceglie la Franconia, in Germania, (per ‘omaggiare’ la storia originale), ma gran parte del girato avviene a Roma, in un grosso appartamento di un verdeggiante quartiere residenziale, trasformato in una improbabile clinica privata.

Il cast e le ‘maestranze’ della pellicola

Come dicevamo, i soldi sono pochi e Mancini non può permettersi passi falsi. Conscio di doversi muovere in un ambito qualitativamente meno ambizioso, cerca allora di reclutare qualche attore rodato, dall’affollato casting delle produzioni dei film di cassetta.

Ma non solo, visto che pur di non spendere è libero di ‘inventare’, al fianco di attori come l’esperto Gordon Mitchell (qui Otto Frankenstein), il ‘belloccio’ John Richardson, il rodato Renato Romano (l’ispettore Schneider), ed il ‘caratterista’ Robert Fizz (il Professor Schwarz), il regista-sceneggiatore scegli di investire sulla sconosciuta Dalila Parker, che poi diverrà Dalila Di Lazzaro.

Una ‘maestranza da Oscar – Ma ciò che realmente affascina di questa pellicola, è che, prevedendo scene ‘splatter’, Mancini decide di affidare i trucchi a Carlo Rambaldi. L’italiano che in seguito, tra il 1976 ed il 1982, vincerà ben tre oscar (‘King Kong’, ’Alien’, ed ‘Et’).

Nato nel ferrarese, classe 1925, all’epoca Rambaldi – specie fra gli addetti ai lavori – era già stimatissimo. Tanto per dare idea della sue capacità nella ‘robotica’ e nella creazione di figure e meccanismi, l’anno prima si era preso una brutta denuncia dagli animalisti per l’incredibile realismo con il quale in un film aveva riprodotto una vivisezione canina (‘Una lucertola con la pelle di donna’, 1971). Non da ultimo, nell’ambito dell’istruttoria sulla misteriosa morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli – ‘volato’ giù dalla questura milanese – gli venne affidata la progettazione di un manichino fisicamente identico all’anarchico, per studiarne le dinamiche della caduta dalla finestra. 

Rambaldi accetta di lavorare sul progetto ma, come detto, i mezzi economici sono veramente pochi. Così, anche il ‘mago degli effetti speciali’, poco può fare, se non rendere credibili i set di cicatrici che ‘adornano’ il mostro (incarnato da uno sconosciuto Xiro Papas), e ‘inventare’ quelle poche apparecchiature delle quali si serve Otto Frankenstein, per riportare in vita ‘Mosaico’ (un nome, un’intuizione’!), come lo scienziato ribattezza la sua creatura. 

Siamo in pieno boom horror e fantasy e, non da meno, anche l’eros inizia a fare la sua timida comparsa, prendendosi sempre qualche minuto in più tutto per se, ’azzardato’ (che sia una ‘doccia’ o una generosa scollatura della co-protagonista) in qualsiasi pellicola.

Daniele Patucchi, chiamato a ‘musicarne’ le scene, sceglie di ricalcare lo stereotipo percussivo molto in voga in quegli anni.

Finalmente, il 12 dicembre del 1972, il film debutta nelle sale cinematografiche italiane.

Una storia prevedibile, ‘aggravata’ dall’ambientazione

Come dicevamo la trama si rifà al racconto della Shelley: lo scienziato reso folle dall’utopica convinzione di poter restituire la vita ai morti. L’occasione è data dalla scoperta del primario della clinica dove Otto Frankenstein lavora (più intento a reperire organi che a ripararli), che è riuscito a creare un siero anti-lifocitario, cioè in grado di superare il famoso ‘rigetto’ (assurto alle cronache grazie ai trapianti di Barbard). Il prof. Otto ruba il siero e da vita a ‘Mosaico’ il quale, è però morbosamente attratto dalle donne – che prima possiede (regalando così qualche ‘gradito nudo’) e poi strangola – Il resto, in un rocambolesco affastellarsi di vicende, è la scoperta dei piani di Frankenstein, la caccia al mostro cattivo, ed il bene che trionfa sul male.

La stroncatura e la ‘rinascita’ nelle tv estere

Inevitabilmente, nel giro di pochi giorni, il film passa subito in ‘seconda visione’, per poi scomparire nel giro delle allora sparute sale d’essay.

Come era infatti prevedibile, la critica non si risparmiò, più che altro mostrando disappunto, interrogandosi sul perché un mago degli effetti speciali come Rambaldi si fosse potuto prestare ad una simile operazione.

Tuttavia, così come accaduto per molti altri ‘B movie’ italiani, grazie ad una legge che ne determina il ‘pubblico dominio’ in virtù del modesto numero di spettatori registrato, ‘Frankenstein ’80’, è finito nei circuiti televisivi del nord e del sud America dove, forse per non creare ‘confusioni’ agli spettatori con la più ricca produzione hollywoodiana (‘Frankenstein ’70’), è stato più volte mandato in onda con il titolo ‘Mosaico’, o ‘Mosaic’.

Tornato poi anche in Europa, fino ai giorni nostri il film di Mancini ha continuato a girare nei circuiti degli appassionati di questo genere, come in Germania. Infatti, cercando su YouTube, gran parte delle versioni presenti sono doppiate in tedesco.

Max

Condividi
Di
Max Tamanti