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“Il lockdown? Non blocca la diffusione del virus”: lo studio americano che virologi e politici ignorano

L’Italia sta ancora riassaporando l’ebbrezza della libertà riconquistata poche ore fa dopo l’ennesima serie di restrizioni decise dal Governo con il Comitato Tecnico Scientifico e già politici e virologi paventano nuove chiusure davanti al possibile rischio di un ulteriore aumento dei contagi nelle prossime settimane.
Ma quanto è efficace lo strumento del lockdown contro la diffusione del virus? Poco, se non addirittura zero, secondo uno studio realizzato dalla Stanford University che sembra sfatare senza troppi giri di parole uno dei capisaldi delle strategie di contenimento della pandemia adottate un po’ ovunque nell’ultimo anno: dati alla mano, la serrata totale di persone, aziende e attività commerciali pare provocare benefici minimi e comunque paragonabili a quelli che avremmo registrato senza tanti sacrifici economici.

Esperienze a confronto

La ricerca dell’università Californiana (che potete consultare qui https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33400268/) ha messo a confronto le esperienze raccolte in otto paesi che hanno adottato severe misure contenitive delle libertà personali (Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Stati Uniti) con due stati (Svezia e Corea del Sud) che invece non hanno inasprito per i loro cittadini l’obbligo di permanenza domiciliare e di stop delle attività produttive. Mettendo a confronto regione per regione l’andamento epidemiologico del virus nei territori che hanno adottato le misure più blande con le situazioni registrate nei paesi dove erano in vigore i provvedimenti più restrittivi tipici del lockdown, i ricercatori dei team coinvolti della Stanford University (i prestigiosi “Center for Health Policy”, “Meta-Research Innovation Center” e “Center for Primary Care and Outcomes Research” in collaborazione con i dipartimenti di Medicina e di Epidemiologia, di Salute Pubblica, di Data Science biomedica e Statistica) hanno riscontrato a fronte di provvedimenti contenitivi minimi un leggero rallentamento della crescita dei casi di contagio che però non cresceva in modo progressivo o significativo in presenza di misure più severe. Nel loro studio i professori Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya e John P. A. Ioannidis arrivano ad una conclusione netta: “Sebbene non si possano escludere piccoli benefici – si legge nelle conclusioni dello studio americano – non troviamo significativi benefici sulla crescita dei casi di provvedimenti più restrittivi. Riduzioni simili nella crescita dei casi possono essere realizzabili con interventi meno restrittivi”.

Il rapporto costi – benefici

Di fatto una bocciatura vera e propria per la linea delle chiusure generalizzate che molti paesi stanno seguendo da oltre un anno nel tentativo di arginare un virus che, invece, continua a rappresentare una minaccia. E’ valsa la pena deprimere le economie e i cittadini costretti a mesi di inattività e reclusione domestica?  I ricercatori americani ovviamente non entrano nel merito di valutazioni politiche e finanziarie ma ammettono implicitamente che tentare un’analisi costi-benefici sarebbe auspicabile: “Date le conseguenze di queste politiche, è importante valutare i loro effetti”, spiegano nella premessa del loro paper. Per il momento, però, politici e virologi sembrano ignorare questi spunti e nel mondo della scienza cosiddetta “mainstream” anche il solo fatto di mettere in discussione dogmi come il lockdown o la scelta delle vaccinazioni a tappeto può valere una scomunica. Ne sa qualcosa anche Mariano Amici, il medico attaccato dai vertici della sanità e dai politici per aver criticato le modalità di gestione dell’epidemia giudicando la serrata del paese sproporzionata rispetto alla reale pericolosità di un virus che – dice – si può curare a casa e soprattutto senza dover introdurre vaccinazioni a tappeto: “Lo studio condotto da questi ricercatori americani – spiega Amici – conferma che le mie tesi sui meccanismi di trasmissione del virus Sars-Cov 2 sono reali e meriterebbero di essere approfondite seriamente e senza pregiudizi. Se il principale meccanismo di trasmissione del virus fosse davvero per via aerea con droplet e aerosol, come ci dicono da un anno, le mascherine, il distanziamento ed il lockdown avrebbero avuto risultati decisamente più incisivi: la ricerca, invece, ci conferma come questo meccanismo di trasmissione sia del tutto marginale in quanto, anche in forza della mia lunghissima esperienza nel campo, ritengo che il virus alberghi già in moltissimi di noi senza necessariamente farci ammalare e ci si ammala soltanto a seguito di ben altre condizioni scatenanti che non solo non vengono salvaguardate dalle misure restrittive adottate ma addirittura possono essere da queste stesse misure favorite”.
Gianni Avanzi