Il ricordo di Federico Fellini, a 25 anni dalla sua dipartita

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    Sono passati due giorni, il 31 ottobre, dal 25esimo anniversario della morte di Federico Fellini, il grande maestro del Cinema vincitore di quattro premi d’Oscar il cui cinema, per la verità non compreso da tutti, ha comunque segnato la storia. C’è uno scambio di battute che descrive al meglio l’idea del cineasta riminese: “Perché io metto questa musichetta, dottor Fellini, quando racconto alla gente tutti i sogni suoi, che lei fa vedere nei film, quelle scene fantastiche con quelle trippone, quelle chiappone, quelle zinnone, quelle bucine… con tutti quei preti sdentati, tutti vestiti de rosso che corrono in mezzo alla strada, e poi le monache cappellone, e le cavallerizze con le chiappe più grosse del cavallo, e poi i cardinali, i baroni, i conti, i zozzoni, i poveracci, i clown, i pagliacci, coi fischietti, le trombette, piripì piripì piripì piripì piripì. Er vecchio che se perde nella nebbia… che poi sarebbero tutti i suoi sogni…” Queste parole sono state pronunciate dal “tassinaro” Pietro Marchetti, che accompagna al Teatro n.5 di Cinecittà il maestro Fellini, in una celebre sequenza estrapolata dall’omonima pellicola di Alberto Sordi. La battuta esplicita al meglio, nella maniera che si conface alla plebe, l’immaginario felliniano consegnato alla memoria dei posteri. Ma soprattutto catturano nel segno perché riflettono sul sogno, sui sogni, della cui sostanza sono realizzate le opere del regista di Rimini. In questi giorni, nel venticinquennale della sua dipartita, molti hanno rifatto il verso a Fellini, autori come Sorrentino, Gilliam e tutti coloro che sembrano ereditarne l’ingegno e la maestria . E ci sta anche. Però la contemporaneità felliniana non è tanto nelle motivazioni addotte di tanto in tanto, quanto piuttosto nella stupefacente alterità del suo universo onirico, un unicum irresistibile che non viene scalfito dalle ingiurie del tempo e dal degrado cui è soggetto il cinema altrui. “Se puoi sognarlo, puoi farlo” esclamava Walt Disney. Fellini tendeva ripetere che filmava i suoi deliri onirici ; e oggi ci si rende conto che non era una boutade, né una metafora. Basta mettere a confronto le immagini di ’Amarcord’ o ’Fellini Satyricon’ ,… e la nave va’ o ’Roma’ con quelle descritte nel “Libro dei sogni” pubblicato da Rizzoli nel 2007, dove il regista annota la propria attività onirica di trent’anni (dai ’60 ai ’90) raccontando dei suoi sogni, ma soprattutto disegnandoli in “appunti”, come testimonianza delle sue abilità da ottimo autore di fantasie grafiche – personale, deformante, grottesco – che era. Abilità che, come è noto, aveva esercitato professionalmente prima di quella cinematografica e che lo avrebbe accompagnato per tutta l’esistenza. Vi si vedono grandi pesci, donne nude molto formose, tipicamente “felliniane”, che bagnano nelle onde (ce n’è una, gigantesca e in costume da bagno, verso la quale sembrano andare lo stesso Fellini, in abiti da scolaretto, e papa Paolo VI), barchette in balìa dei flutti e quant’altro. È molto frequente la relazione con il mare. Come in un sogno del maggio 1968, raffigurante un palombaro in fondo alle acque e che l’autore commenta così: “Il palombaro scende nel fondo del mare. Sprofondare giù nell’abisso marino, giù nell’inconscio, pescare nella sconosciuta voragine del mare e risalire con i tesori”. Non sfugge come tutto ciò evochi la psicanalisi freudiana (il Freud dell’”Interpretazione dei sogni”) e junghiana (cui lo legava la lunga frequentazione di Ernst Bernhard, grande psicanalista junghiano ed esoterista che Fellini incontrava nel suo studio di via Gregoriana). Strettamente intrecciati, sogni e psicologia del profondo pervadono il cinema di Federico il grande.