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“Io, infermiera contagiata, messa nel dimenticatoio dalla sanità”

In queste settimane tutti elogiano l’immenso impegno di medici e infermieri in prima linea contro il virus. Tra turni massacranti e il rischio di essere contagiati mentre fanno il loro lavoro, meritano di ricevere un trattamento come minimo adeguato al loro sforzo. Però a volte capita che, oltre alla retorica, il sistema sanitario inciampi nell’italico vizio della burocrazia e dei ritardi nelle comunicazioni e che questa inefficienza colpisca proprio gli operatori sanitari.

È quello che è capitato a S.M., un’infermiera di 32 anni di Guidonia, libero professionista per un’azienda privata. Dal 23 aprile è in attesa di sapere se è positiva o meno al virus, ma nessuno sa darle una risposta. “Quanto dovrò aspettare ancora per un risultato?” ci dice rassegnata al telefono l’infermiera. Ma partiamo dal principio.

S.M. ha assistito a casa una paziente oncologica verso la fine di marzo, paziente poi risultata positiva al virus. Prontamente avvertita dall’azienda per cui lavora, l’infermiera si è messa in auto isolamento in attesa del tampone. Il primo tampone ‘drive-in’ le viene effettuato poco tempo dopo dal Dipartimento di prevenzione dell’Asl Roma5, il 28 marzo, presso il Car di Guidonia. Il test viene analizzato allo Spallanzani, l’Istituto nazionale per le malattie infettive. Dopo poco più di un giorno la Asl Roma5 le comunica telefonicamente la positività. “Un servizio efficiente” tiene a precisare S.M.

Per due settimane viene chiamata regolarmente due volte al giorno dal SISP, Servizio Igiene e Sanità pubblica, che il 15 aprile la contatta per ripetere il tampone. La Asl le comunica per email lo stesso esito. Ancora positiva, ancora isolamento. “Ero stanca e impaurita. Ma è il rischio del nostro lavoro, intimamente collegato nella nostra deontologia professionale. Così mi sono fatta forza”. Ma negli otto giorni che intercorrono tra il 15 e il 23 aprile qualcosa cambia nella gestione della situazione. Non viene più contattata e quando prova a chiamare l’unità di crisi viene trattata con indifferenza, quasi con sgarbo, come se non fosse risultata positiva di nuovo, come fosse un disturbo. “Mi hanno detto di non chiamare più e che c’è un’equipe che si occupa di organizzare certe cose. Mi hanno detto che mi invento le cose, che sono una bugiarda. Mi sono sentita umiliata”. Ma fortunatamente è asintomatica e resiste all’isolamento, pronta per tornare, una volta negativa, al suo lavoro e dai suoi pazienti.

Dopo trentuno giorni di isolamento nella camera di casa, dove vive insieme ai genitori, il 23 aprile prende un terzo appuntamento per fare il tampone. “Ti assicuro che trentuno giorni senza poter uscire dalla camera da letto non sono pochi”, ci confida S.M. Il test questa volta viene effettuato presso il parcheggio della piscina Arci di Tivoli, sempre dal Dipartimento di prevenzione dell’Asl Roma5. Sempre ‘drive-in’, senza scendere dalla macchina. Un metodo sicuramente efficace e rapido, ma che non può dare un po’ di conforto, di ‘umanità’, invidiata all’estero tra le corsie degli ospedali, che serve in certi casi. In seguito i test vengono analizzati dall’Azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata.

Non venendo contattata come successo in precedenza, l’infermiera decide dopo 24 ore di scrivere un’email all’Asl Roma5 all’indirizzo che si occupa dei referti. Nessuna risposta. Il lavoro è intenso, può capitare. Così il giorno dopo e quello dopo ancora prova a contattare telefonicamente il SISP, che però non sa darle informazioni sul suo referto, affermando che comunque non potrebbe riferirlo per telefono. “Strano – ci dice l’infermiera – la positività del primo tampone me l’avevano riferita telefonicamente”. Colpisce però a S.M., oltre al ritardo negli esiti del test, le provocazioni e la maleducazione con cui viene trattata. “Nessuno sa nulla e mi dicono di ‘stare buona’”. Eppure è positiva al virus, merita un trattamento più umano. O forse è ormai negativa? Questo ancora non lo sa, anche se sono passati quattro giorni dall’ultimo tampone, 35 da quanto è chiusa in camera in isolamento, uscita solo per andare a fare i test (sempre effettuati in auto). Non può tornare a lavorare né godere dell’assistenza dell’Inail in quanto libero professionista, nonostante abbia contratto il virus nel corso dell’esercizio delle sue funzioni. Non ha ancora ricevuto il bonus dei 600 euro del decreto Cura Italia di marzo. “Ansia, stress, paura di contagiare di nuovo” sono le parole che cita con la voce tremante, stanca di dover aspettare un qualcosa che le doveva essere riferito giorni fa.

Un ritardo di comunicazione o un problema burocratico può essere considerato un errore veniale in questi tempi in cui gran parte delle strutture sanitarie sono quotidianamente sotto stress. “Ma siamo persone, prima di infermieri, di positivi, di malati”, ci ripete al telefono S.M. Persone che meritano di essere trattate con rispetto, soprattutto in un periodo di grande sofferenza. Forse il venir meno di questo principio basilare è meno comprensibile. “Serve assistenza a livello territoriale, non possiamo essere dimenticati”, le parole dell’infermiera, prima di salutarci, che si sente tradita da ciò che pensava di rappresentare.

Mentre pubblichiamo ci chiama S.M. con una buona notizia. È stata contattata (telefonicamente, ironia della sorte) dall’Unità di crisi della Asl. L’esito del tampone è finalmente negativo. Un risultato che forse sarebbe potuto arrivare già da qualche giorno.

Mario Bonito