Jobs Act, approvata la mozione Renzi con 130 si. Minoranza divisa – di Alessandro Allevi

 

 

 

 

 

 

 

 

Centotrenta voti favorevoli, venti contrari e undici astenuti. Con questi dati la Direzione del Pd ha approvato la relazione del segretario, nonché premier, Matteo Renzi sul Jobs Act. Il documento prevede l’impegno a sostenere il governo nella mettere in campo degli “strumenti” per una rete più estesa di ammortizzatori sociali ai precari; una riduzione delle forme contrattuali a partire dai Co.co.pro, favorendo il lavoro a tutele crescenti; una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca il procedimento giudiziario con indennizzo e non col reintegro. Il reintegro resta per il licenziamento discriminatorio, ma ora viene contemplato anche per quello disciplinare, e proprio questa è stata l’apertura fatta dal premier in direzione.  La mozione è passata con l’86% dei consensi, mentre tra i venti contrari alla relazione del segretario c’erano anche Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. Tra gli altri hanno votato contro anche Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Davide Zoggia e il presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano; tra i contrari anche Pippo Civati. Duro anche lo scontro tra Renzi e D’Alema in cui quest’ultimo ha attaccato il premier: “Non è vero che l’articolo 18 è un tabù da 44 anni perché è stato cambiato 2 anni fa. Questa riforma costa più di 2 miliardi e mezzo e non bastano i soldi annunciati”. Nelle conclusioni Renzi non poteva non rispondere a D’Alema, ricordandogli che le riforme erano da mettere in atto quando l’economia dell’Italia erano in crescita, quando ad esempio a Palazzo Chigi c’era D’Alema stesso: “A me è capitato di governare quando non c’è crescita, il presidente D’Alema ha avuto la fortuna opposta”. Ha anche attaccato chi afferma che rappresenta un governo di soli slogan e attacca i sindacati, perché “non si può accettare che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità drammatica, perché hanno rappresentato una sola parte. Se non lo diciamo noi facciamo un danno al sindacato”. Inoltre, il Presidente del Consiglio ha spiegato che “il PD si candida a rappresentare anche imprenditori e non solo operai: è imbarazzante parlare con gente che vuole investire in Italia e rispondere ‘non so quanto pagherai quando vorrai chiudere l’azienda’. Nel momento in cui l’imprenditore non ce la fa, non possiamo dire ‘non puoi farlo’”. Del resto: “Se gli imprenditori del nord-est che prima votavano centro-destra hanno votato per noi è perché abbiamo regalato a loro e ai loro figli la parola ’opportunità’” afferma il leader del PD che sa bene da dove arriva una buona fetta del consenso delle europee. La direzione era stata aperta con un discorso di Renzi che partendo dalle riforme portate avanti dal governo analizzava gli obiettivi futuri del PD, per poi servire l’affondo col Jobs Act e col superamento dell’articolo 18, elemento di incertezza per chi  vuole investire in Italia. “Il rispetto del diritto costituzionale non è nell’avere o no l’articolo 18, ma nell’avere lavoro” spiega Renzi, che poi aggiunge: “Se fosse l’articolo 18 il riferimento costituzionale, allora perché per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più?” La disciplina resterà in piedi solo in due casi: licenziamento discriminatorio e disciplinare. E su questo si è detto pronto al confronto e alla sfida con Cgil, Cisl e Uil su tre punti: una legge sulla rappresentazione sindacale; la contrattazione di secondo livello; il salario minimo.

Come previsto, alla fine il PD si è spaccato, partendo da quel “voi” con cui il segretario si è rivolto alla sinistra: “Potete dire che è un errore, che non siete d’accordo, che non ci votate. Ma non riconoscere che c’è un disegno unitario dentro il governo è una cosa che appartiene ai poteri forti” che il premier ribattezza ‘aristocrazia’. “Se pensano che mi faccio spaventare si sbagliano di grosso”, afferma il leader Pd davanti ad una minoranza che alla prova finale si è anche divisa.