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Mes, mercoledì la ‘resa dei conti’: Di Maio corre da tutte le parti per ‘salvare’ il governo e Conte

Dagli e dagli, prima o poi la bomba doveva scoppiare. Così, dopo la lenta ma continua emorragia di ‘transfughi’ dal Movimento, gli Stati Generali consumatisi sul nulla, ed almeno tre correnti interne contrapposte fra loro, aldilà poi dello ‘scempio’ politico dimostrato da alcuni suoi ministri (Azzolina e Bonafede su tutti), il M5s è ormai prossimo all’implosione.

Un evento che non solo metterebbe definitivamente la parola fine a questa scalcinata maggioranza ma, di riflesso, anche a buona parte dei rapporti fin qui rinsaldati con l’Europa.

Del resto, quando 58 deputati scrivono all’unisono che il Mes non s’ha da fare c’è poco da aggiungere se non assecondarli. Ma chi è disposto a farlo tra gli altri schieramenti interni alla maggioranza?

Una situazione disastrosa che richiede un abile e rapidissimo lavoro diplomatico interno. Un ruolo di ‘tessitore’, che attualmente è stato costretto ad addossarsi proprio l’inabile Di Maio. Un ministro degli Esteri che è riuscito a farci perdere credibilità in Libia, ha indispettito gli americani lodando gli ‘amici cinesi’ (perché dopo averci contagiato ci hanno regalato un areo di mascherine), con le autorità egiziane fa l’indiano in merito al caso Regeni e, da record, molto probabilmente regalerà ai poveri pescatori di Mazara un Natale da ‘prigionieri’, ormeggiati sulle sponde opposte all’Italia.   

Ma questo passa il convento all’ombra delle 5 Stelle.

Mes, un voto che rischia di trasformarsi nella fiducia al governo

Come dicevamo il tempo stringe, mercoledì si va al voto e, con le opposizioni saldamente arroccate dietro il no, è veramente questione di ‘spicci’.

Un voto che, come ammoniscono alcuni deputati pentastellati, rappresenta un “rischio enorme per il premier che abbiamo incaricato proprio noi”.

Dal canto suo ‘Giggino’ continua a ribadire che “Io sono il primo a considerare questa riforma peggiorativa, l’ho detto pure pubblicamente, ma il no al Mes è fermo e non si discute. Non si può mandare all’aria il Paese”.

Di Maio sa bene che per certi versi, quello del 9 dicembre rischia di trasformarsi in una sorta di ‘voto di fiducia’, ed infatti cerca di ‘svegliare’ tutti ripetendo che “rischia di diventare un voto sul governo e su Conte e questo non è accettabile, farebbe la fortuna dei detrattori del M5S”. Quindi il ministro si appella ai suoi finché dimostrino “testa e responsabilità. E’ giusto che ognuno esprima il proprio dissenso in Parlamento – riconosce – il Parlamento è sovrano, l’importante è farlo con lucidità e senza prestare il fianco a chi ci vorrebbe fuori da tutto”.

Conte ha una carta da giocare ma, voto o meno che sia, difficilmente si arriverà al Mes

Ora tutto ruota anche intorno alla figura del premier che, potrebbe ‘accompagnare’ la risoluzione di mercoledì specificando che l’Italia non accederà al Mes attraverso la consultazione parlamentare, salvando così l’eventuale ‘vuoto’ dei voti.  Un’eventualità possibile ma – vista la situazione – molto azzardata, in quanto non farebbe altro che allungare l’agonia di questo governo, privandolo per di più di quel minimo di credibilità che ancora si illude di avere.

Insomma, sperare nel voto alla riforma, ora come ora significherebbe da parte del governo di garantire preventivamente che poi non ricorrerà al fondo salva Stati. A complicare poi l’iter, quando il premier si recherà a Bruxelles per discutere la riforma, a firmare sarà il Mef, che ha negoziato la riforma, e non la Farnesina… povero Di Maio, che stress… 

Max