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Myanmar, le giornate della vergogna

AUNG SAN SUU KYI

Dal colpo di Stato militare del primo febbraio, secondo l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici in Myanmar sono state uccise 459 persone, di cui 127 solo nell’ultimo fine settimana. Sabato, nella giornata della festa delle forze armate, sono morti 114 civili, tra cui due bambini di 5 e 13 anni, in oltre dodici città. Mai così tanti dal golpe in ventiquattro ore. “Un massacro”, ha commentato Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nel Paese. La violenta repressione del Tatmadaw, l’esercito birmano, non ha fermato i manifestanti, scesi nuovamente in piazza domenica. Altri tredici morti.

L’esercito ha aperto il fuoco anche ai funerali di una delle vittime di sabato. Durante il corteo funebre a Bago, città a Nord di Yangon, i militari hanno sparato sulla folla. Non si sono registrate vittime. Sono le “giornate delle vergogna” delle forze armate dell’ex Birmania.

L’Unione europea e Stati Uniti hanno condannato “l’escalation di violenza nel Paese”, mentre i capi di Stato maggiore di dodici Paesi (Canada, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Italia, Germania, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Corea del Sud e Nuova Zelanda), hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui viene condannato l’utilizzo della forza letale contro “persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati”. Il silenzio di Russia e Cina, però, renderà difficile una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti sulla questione.

Mario Bonito