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Myanmar, repressione militare delle proteste: due morti

AUNG SAN SUU KYI

Ennesimo fine settimana di proteste, il più sanguinoso dal colpo di Stato del primo febbraio, nelle principali città del Myanmar. In particolare a Mandalay, secondo centro del Paese, due manifestanti sono stati uccisi dai militari, che secondo diversi testimoni e giornalisti birmani hanno sparato sulla folla. Circa quaranta i feriti. Venerdì scorso è morta una giovane manifestante, ricoverata da giorni in ospedale per delle ferite alla testa.

A Mandalay in piazza c’erano giovani e lavoratori portuali che hanno bloccato i trasporti sul fiume Irrawaday, il principale canale commerciale dello Stato. I manifestanti da settimane chiedono il rilascio di Aung San Suu Kyi, arrestata durante il golpe del primo febbraio, e la restaurazione della democrazia.

Dura la reazione della giunta militare. In un comunicato, diffuso sul canale pubblico Mrtv, i golpisti hanno inasprito i toni e minacciato la popolazione. “I manifestanti – recita la nota – stanno esortando le persone, in particolare adolescenti e giovani esaltati, a intraprendere la strada dello scontro. In cui moriranno“.

Le violenze sono state condannate da Josep Borrell, alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione europea. “Condanno fortemente la repressione militare contro i pacifici manifestanti in Myanmar –  ha scritto su Twitter – Invito i militari a fermare immediatamente le violenze contro i civili”. Oggi, lunedì 22 febbraio, i ministri degli Esteri europei si incontreranno (virtualmente) per fare il punto della situazione.

Anche Tom Andrews, relatore speciale delle Nazione Unite per i diritti umani in Myanmar, si è detto profondamente preoccupato per le minacce dei militari. “A differenza del 1988 (ndr: anno di rivolte e “giro di vite”) le azioni delle forze di sicurezza vengono registrate e ne dovrete tenere conto”.

Stesso ammonimento arriva da Washington per bocca del segretario di Stato Anthony Blinken. “Gli Stati Uniti continueranno ad agire contro chi usa la violenza nei confronti della popolazione. Chiediamo il ripristino del governo democraticamente eletto. Siamo a fianco dei cittadini birmani”.

Nel Paese si sono tenute le elezioni a novembre: la Lega nazionale per la democrazia (il partito di Aung San Suu Kyi)ha ottenuto 396 seggi nell’assemblea nazionale (su 322 necessari per formare un governo). L’esito del voto, riconosciuto come “libero ed equo” dalla commissione elettorale locale, non è mai stato accettato dai militari.

Mario Bonito