Notti magiche di Virzì chiude la Festa del Cinema di Roma

    Gli anni’90, quelli dei mondiali di calcio in casa nostra, viene raccontata dall’ultimo lavoro del regista Paolo Virzì: l’Italia del tifo sfrenato, degli incontri in trattoria, dei produttori goderecci inseguiti dai pignoratori, aspiranti attrici che vogliono il successo a tutti i costi, autori sfortunati, grandi maestri ruba idee. Insomma vi è di tutto in ’Notti Magiche’ (nei cinema dal 7 novembre) che chiude la Festa del Cinema di Roma 2018. Il direttore Antonio Monda fa il resoconto dell’ultima edizione, pil cui bilancio è abbastanza positivo: a cominciare dal più sei per cento di affluenza nelle sale, mentre il pubblico ha riservato il premio Bnl al regista Edoardo de Angelis e al suo ’Il vizio della Speranza’. Tornando alla pellicola di Virzì, è un thriller che si svolge nel 1990, durante la Coppa del Mondo di calcio: il film inizia con il rigore fatale, per mano degli Argentini, che butta l’Italia fuori dalla competizione, durante la semifinale . Mentre la gente guarda il match, seduta sulle rive del Tevere, in un baretto scalcinato ma con uno schermo enorme, un’auto di lusso precipita da ponte Garibaldi, al cui interno vi è uno stimato produttore cinematografico. I principali indizziati per la morte sono tre giovani aspiranti sceneggiatori – giunti nella Capitale qualche settimana antecedente al fatto- in quanto finalisti del premio Solinas (riservato agli sceneggiatori appunto) – che sono chiamati in commissariato per fornirei loro alibi. Tra i presunti colpevoli c’è Antonino (Mauro Lamantia), “messinese ampolloso dal ferreo rigore accademico ma disposto a lasciarsi ammaliare fino a corrompersi”, Luciano (Giovanni Toscano), “dai quartieri operai di Piombino, orfano, vitale” e donnaiolo, Eugenia (Irene Vetere), ereditiera di una “famiglia del potere romano che raccatta gli altri due nella sua mansarda”. I tre giovani, giunti a Roma con tante prospettive di successo, riescono a raggiungere l’ambiente della produzione cinematografica, abitata anche da sceneggiatori, e registi, e lo trovano più ricco di lati oscuri che di luci, pronti a superare ogni sfida con la loro sfrontatezza da ventenni, che serve per abbattere il muro della disillusione.”Quella stagione lì – spiega Paolo Virzì, insieme agli attori – aveva suscitato in me, in noi, perché riguarda anche i miei due co-sceneggiatori, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo – emozioni che sono rimaste indelebili, che sono diventate nostalgia, sorta di burla a ritroso: per anni sono riaffacciate nei sogni e negli incubi. Ci sono pezzetti dei miei, dei nostri ricordi, ma c’è anche il disegno romanzesco per un affresco, una galleria di ritratti, una cornice noir usata per raccontare la stagione delle illusioni e il percorso di disillusione. L’illusione di avvicinarsi alla corte dei grandi maestri, ancora vivi e potenti, del cinema, i protagonisti della grande stagione del cinema italiano iniziata nel Dopoguerra. Da una parte c’è l’omaggio, ma anche la burla, la canzonatura. Il bisogno di liberarci per sempre di quella eredità così importante, preziosa e ingombrante. Rivelandone anche i lati buffi, spaventosi e ridicoli: io sono un appassionato di caricature, che sono la sintesi ironica di qualcosa. I critici una volta per le commedie parlavano di bozzettismo, lo sguardo impressionistico e umoristico sulla vita e la realtà”. Un dubbio viene suscitato nel film, ovvero il presupposto di schierarsi contro i padri della cultura cinematografica italiana. “Da giovani- prosegue il regista- anche quei protagonisti si confrontavano con lo stesso problema. Avendoli conosciuti so che dissimulavano la sofferenza verso il fatto che i commentatori e i critici di allora li sminuissero al confronto di cose più nobili che erano il cinema d’altrove, l’arte considerata più seria. Il discorso valeva soprattutto per gli autori di commedia. Un film come La Grande Guerra, celebrata qui alla Festa del cinema, all’uscita in sala provocò dissenso e tante voci critiche. Io sono della generazione che ha guardato con ammirazione a quella stagione, quei cineasti erano tutti miti per me, ed era divertente se avevi il privilegio di entrare in quella corte di uffici di produzione e trattorie in cui si fumava e battibeccava su tutto. E poi scoprivi anche la stanchezza il disincanto, le mille trappole, i raggiri”.