Palermo, scoperto laboratorio per modificare armi: in manette marito, moglie e figlio

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    C’è una Palermo invisibile, nascosta e celata a tutto il resto dove per essere qualcuno è necessario avere l’arma migliore. Un’arma in grado di incutere terrore e far salire il possessore in cima alla gerarchia della strada. Così si ricorre al più esperto sul mercato e si fa la fila per poter contrattare con lui. Un giro illegale scoperto dalla polizia di Palermo, che nella giornata di ieri ha interrotto il via vai. Il colpevole sarebbe un lavoratore Pip in servizio in una chiesa, che aveva aperto un laboratorio in una villa di Ciaculli: gli investigatori della squadra mobile e del commissariato Zisa hanno trovato una decina di pistole, alcune con matricola abrasa, altre erano dei modelli giocattolo trasformate in micidiali strumenti di morte. A finire in manette non soltanto l’uomo, ma anche la moglie 49enne e il figlio di 29. Avevano allestito non solo un efficiente laboratorio, ma anche un poligono di tiro, per provare i modelli che modificavano su richiesta dei clienti. “Questa operazione è un segnale di ottimo controllo del territorio – dice il questore Renato Cortese – Ogni tentativo di ripresa da parte delle famiglie mafiose viene stroncato”. Ora, si indaga per capire quale fosse esattamente il giro dell’artigiano del crimine, un pregiudicato con pesanti precedenti per armi e droga. Si riparte da lui, ma anche dalle pistole ritrovate, che sono all’esame della sezione balistica del Gabinetto regionale di polizia scientifica. “La perquisizione è durata diverse ore – spiega il capo della Mobile, Rodolfo Ruperti – ed ha impiegato decine di uomini. Ci siamo avvalsi di metal detector e di cani antiesplosivo, perché l’area dell’intervento era estesa e le armi erano ben occultate in doppifondi all’interno di botole interrare, in tubi e dentro camini”. L’indagine è in pieno svolgimento. Si proverà a capire se le pistole hanno sparato in occasione degli ultimi delitti di mafia. Delitti ancora irrisolti, che hanno scandito la più recente stagione di riorganizzazione delle cosche. Nel settembre del 2011, i killer attesero che un capomafia di rango come Giuseppe Calascibetta rientrasse nella sua abitazione di Belmonte Chiavelli, non molto distante dalla villa del blitz. Nel febbraio 2013, un altro omicidio eclatante, quello di Francesco Nangano, in via Messina Marine. Un anno dopo, il delitto di un terzo boss in ascesa, Giuseppe Di Giacomo, alla Zisa. Nel maggio dell’anno scorso, l’uccisione di Giuseppe Dainotti, un vecchio capomafia che tornato in libertà voleva riprendersi il suo posto nel mandamento del centro città. Delitti “chirurgici”, senza alcuna ripercussione successiva. Commessi con 7,65 e 357 Magnum. Gli investrigatori scavano nella vita del lavoratore Pip diventato artigiano delle armi, per delineare esattamente il contesto delle sue relazioni in ambito mafioso.