Reyhaneh Jabbari, donna simbolo per la violazione dei diritti umani – di Francesca Maiezza

    reyhaneh-jabbari.jpgIl 25 ottobre è stata impiccata Reyhaneh Jabbari, ragazza di 26 anni iraniana, per aver ucciso il suo stupratore. È stata arrestata nel 2007 per l’accoltellamento premeditato di Morteza Abdolali Sarbandi, dipendente del ministero dei servizi segreti iraniano. Nel 2009 è stata condannata a morte con l’applicazione del “qesas”, la legge del taglione (la quale permette di infliggere al condannato lo stesso danno fatto da egli stesso alla vittima). Inizialmente doveva essere giustiziata a marzo, successivamente il caso è stato riaperto con rinvio a sabato scorso.

    Alcuni artisti iraniani si sono impegnati per salvarla attraverso una raccolta fondi per il “diyeh”, il “prezzo di sangue” che il condannato deve pagare alla famiglia della vittima per trasformare la pena capitale in anni di reclusione. Il figlio del funzionario ucciso sembrava disposto ad accettare il diyen a patto che la Jabbari rivelasse il nome del testimone, che sarebbe stato nell’appartamento, al momento dell’uccisione del padre. La ragazza, fin da subito, ha dichiarato di aver agito per legittima difesa.

    L’impiccagione di Reyhaneh ha fatto eco in tutto il mondo. La Mogherini dichiara: “L’uccisione di Reyhaneh è un dolore profondissimo, avevamo sperato tutti che la mobilitazione internazionale potesse salvare la vita di una ragazza che invece è vittima due volte”.

    In una lettera alla madre Reyhaneh scrive le sue ultime volontà:

    “Cara mamma, cara Sholeh, l’unica persona che mi è più cara della mia vita, io non voglio marcire sotto terra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventi polvere. Implora questo: che non appena sarò impiccata, venga disposto che il mio cuore, i miei reni, gli occhi, le ossa, e qualsiasi altra cosa che sia possibile trapiantare, vengano separate dal mio corpo e date a qualcuno che ne ha bisogno come dono. Non voglio che il paziente conosca il mio nome, che mi compri un mazzo di fiori e persino che preghi per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore: non voglio una bara su cui tu debba venire a piangere e a soffrire. Non voglio che tu vesta di nero per me. Fa’ del tuo meglio per dimenticare questi giorni difficili. Dammi al vento che possa portarmi via.”

    Nella commozione del mondo muore un grande simbolo per la violazione dei diritti umani, come altre donne: ricordiamo Sakineh Mohammadi-Ashtiani, 47 anni, lapidata per adulterio e poi impiccata per l’uccisione del marito. Meriam Yahia Ibrahim Ishag, 27 anni, condannata a morte per apostasia e a 100 frustate per adulterio per aver sposato un cristiano, ma grazie ad una campagna internazionale è riuscita a salvarsi. È ancora incerto il destino di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, accusata di aver insultato il profeta Maometto in presenza di due donne musulmane. E insieme a loro, tante altre che rischiano la vita in paesi in cui la libertà è limitazione.

    Oggi le donne in Iran hanno preso coscienza che la loro condizione è un’ingiustizia: sono state le protagoniste di molte manifestazioni contro il regime misogino dei “mullah”. Ma la presa di coscienza non basta a cambiare a la situazione. Dopo l’elezione del nuovo Presidente iraniano la repressione contro le donne è peggiorata: il nuovo Ministro della giustizia Jamal Kamiri-Rad, ha dichiarato alla stampa che le donne “impropriamente velate” saranno trattate come se non indossassero il velo. La colpa delle donne è di “non rispettare le virtù islamiche” e di indossare “vesti repulsive e immorali”.