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Stefano D’Orazio ucciso dal Covid. L’ex batterista dei Pooh, 72 anni, era stato ricoverato una settimana fa

Ultimo aggiornamento 00:54

Appena pochi giorni fa mi ero sentito con Riccardo Fogli per programmare un’intervista e, come al solito, abbiamo finito per parlare di ‘Lui’. E già perché nell’ambiente Pooh sono Max, il giornalista di Roma amico di Stefano.

E Stefano nell’ambito Pooh, che piaccia o meno, era i Pooh.

Era stato lui infatti, dopo il complicato addio di Giancarlo Lucariello (loro primo ed unico manager) nel 1974, ad aver preso in mano la band, organizzandola fino a trasformarla negli anni in una vera e propria holding musicale.

Stefano D’Orazio, a sua volta ‘il riccetto’, quello di Monteverde Nuovo, forse aveva iniziato a suonare la batteria soltanto per istinto, in realtà, la sua vera passione era proprio l’organizzazione, la costruzione di tutto quello che occorre per far sì che una canzone divenga un successo.

Intendiamoci, ‘Sdo’ suonava, ed anche bene, arrangiava le canzoni dei Pooh a suo modo e, all’unisono, un metronomo. Dosava il giusto, quanto bastava per farle ‘camminare’, come avrebbero dovuto per ‘funzionare’.

Ci eravamo conosciuti nell’ambito del 25nnale della band – dal quale sarebbe poi scaturito il bellissimo show live – mentre passavano in tour al Teatro Olimpico di Roma.

Da allora abbiamo continuato a sentirci, io con la mia ‘maledetta timidezza’, sempre affiancata dal terrore di essere invadente, e lui con il suo proverbiale buonumore, ed una disponibilità aliena. Ogni accadimento era uno spunto per raccontare e raccontarci: dalla Guerra del Golfo alla Cina, passando per il mare, e le sue vacanze ovunque, si finiva sempre con l’immancabile risata. A volte se lo chiamavo e non rispondeva, magari passavano 2 ore e, puntualmente, richiamava. Un signore. Preciso, metodico, con uno spiccato senso dell’ironia, ed un’innata capacità, suo malgrado, di distinguersi sempre. Come quando ti arrivava l’sms di Buon Natale già il 20 dicembre! Mi impressionò molto il fatto che avesse moltissime amiche, di quelle vere, che amava e dalle quali era puntualmente ricambiato e stimato.

Così, da quello dei 25 anni, ho puntualmente iniziato a seguire ogni tour dei Pooh, ed ho sempre presenziato ad ogni presentazione di un loro nuovo disco.

Grazie a lui, prima con Momento Sera (‘Il cielo è blu sopra le nuvole’), e dopo con Italia Sera (‘Amici per sempre’), abbiamo organizzato delle edizioni speciali, che vennero distribuite gratuitamente all’interno del Palasport di Roma.

Con Sdo, sempre affiancato dall’amico Varis Casini (prima responsabile dei rapporti con le radio, ex ‘First’, e dopo socio della Tam tam Comunication di Stefano), si parlava in continuazione dei Pooh.

Va da se che, con il passar del tempo, divenni via via testimone di un rapporto artistico che andava purtroppo sfaldandosi per consuzione.

Nel frattempo l’amicizia aveva preso il sopravvento e, questo professionalmente non mi tornò certo utile, perché quando un uomo come lui ti ‘confidava’ qualcosa, era implicito che non sarebbe mai finito sul giornale: l’onore non si può tradire.

Ricordo quando partii con Varis da Roma in auto alla volta di Torino dove, all’indomani, in quel del Lingotto, i Pooh presentavano alla stampa ‘Amici per sempre’. La tensione era palpabile, quel disco infatti – a dispetto del titolo – era in realtà più una speranza che una certezza. La gestazione era stata difficile, faticosa, articolata da continue liti, una brutta cosa. Ormai tanto era degenerata la situazione, che i Pooh arrivarono a quella presentazione con una convinzione: se il disco fosse andato male, sarebbe finita.

Fortunatamente non fu così, il disco andò benissimo e, almeno per il tour a seguire (avvenuto non come 4 anni prima, sotto lo ‘sguardo attento’ di Valerio Negrini, persino sul palco, alla batteria), le cose sembrarono appianarsi.

In realtà per Stefano non era così. Ormai si era rotto qualcosa, l’addio era stato soltanto rimandato. C’erano da rispettare impegni e contratti profumatissimi. Ma avvenne.

Quella sera ad Assago non andai, non ce la facevo. Era il 2009 e Sdo annunciò che sarebbe sceso dall’astronave, quella della musica, come cantò ai primi del ’90, raccontandosi in ‘Anni senza fiato’.

Da una parte ero amareggiato dall’altra però, ero conscio del fatto che in realtà i Pooh avevano dato il meglio di loro, in fondo era un addio fisiologico. Rimanevano dischi memorabili, quelli che dal prog – o rock sinfonico – (‘Parsifal’, ‘Un po’ del nostro tempo migliore’), sfociarono nel pop-rock (‘Poohlover’, ‘Rotolando respirando, ed il mio adorato ‘Boomerang’’), fino ad arrivare alla stupenda trilogia rappresentata da ‘Viva’, Stop’ e ‘Buona fortuna’. A seguire, il live ‘Palasport’.

Ecco, per i miei gusti qui toccarono sicuramente il massimo della loro capacità creativa.

Quindi, se non per i live, che ‘avrei ‘ comunque potuto continuato a seguire attraverso ‘gli altri tre’ (ma mi bastò una sola volta), in realtà per me poco era cambiato, del resto con Sdo ci sentivamo comunque, dunque nessun trauma. Lui aveva finalmente ‘rubato la sua isola’ (Pantelleria) ed appariva finalmente sereno.

Ricordo quando (in pieno stile fantozziano), con le mani spugnate e salivazione zero, gli confidai che avevo deciso di ricominciare a suonare la batteria in una coverband dei Pooh, fu proprio lui ad incoraggiarmi. Mi esortò addirittura ad andare a Milano, nel magazzino dove teneva le storiche batterie, per prendere ciò che mi serviva! Ovviamente non andai mai così, per l’ennesima volta, fu lui stesso a venire incontro a me. Qualche settimana dopo infatti, un bel giorno mi chiamò Varis chiedendomi di passare in ufficio, perché Sdo mi aveva lasciato ‘delle robe’. Le ‘robe’ era un enorme ‘baule’ in radica con le rotelle, con su scritto Pooh! All’interno tutta la serie di piatti Ufip Class (quelli che aveva usato proprio ad Assago), ed una serie infinita di trigger e pelli mesh. No vabbè…

Tanto, ripeteva, “non tornerò più a suonare la batteria”. E non si sa quante offerte profumatissime rifiutò per fare qualche ‘apparizione’ nelle feste estive come ‘ex Pooh’. Figuriamoci, semmai qualcuno avesse voluto convincere Stefano su qualcosa, parlando di soldi avrebbe perso in partenza: lui amava le idee, le ‘situazioni’, a differenza d altri suoi colleghi, non era affatto avido. Certo, da Pooh pretendeva, perché dietro ogni loro concerto si muoveva un esercito di persone perfettamente inserito in un ingranaggio infallibile.

Passò pochissimo tempo, quando mi comunicò in anteprima che aveva scritto un musical ispirandosi alle Mille e una notte (Aladdin). Un successo, con la prima alla Versilliana, e quindi il Sistina a Roma, dove fece il suo ingresso in sala con la bellissima Tiziana. Poi venne Zorro, quindi Cenerentola, insomma Sdo – non avevo dubbi in merito – si era reinventato, ed ancora una volta ai massimi livelli.

Lui era così, un treno, mille idee. Bastava uno spunto e partiva. Nel cassetto c’era anche un spettacolo teatrale, una sorta di ‘One man show’ che però affermava fosse troppo prematuro metterlo in scena. Partecipai alla correzione delle bozze di ‘Confesso che ho stonato’, seguii a distanza l’evolversi dell’amore per la ‘sua Tiziana (ma della sua privata privata non dirò nulla).

Uscì il libro ‘Confesso che ho stonato’, e con la coverband con la quale suonavo, organizzammo una bellissima serata al Crossroad di Roma dove, da vero istrione, Stefano salì sul palco per raccontarsi (nel video a seguire), incantando tutti per la sua straordinaria loquacità

Insomma una bella amicizia, semplice, leale, della quale andavo fiero.

Ci fu la Reunion per i 50 anni e, a dire la verità, probabilmente l’unica motivazione alla quale si aggrappò per ‘mandarla giù’, disse che era per il fatto che “A Riccardo dobbiamo qualcosa”, chiudendo probabilmente così un debito con la propria coscienza ne confronti di Fogli, che i Pooh si portavano dietro dai ’70. Basti pensare, mi disse, che lui firmava un contratto nuovo per ogni data del tour, perché aveva accettato di fare la celebrazione, ma per una sola data. Sdo infatti non sopportava ‘vincere facile’, non poteva soddisfarlo un evento che poi, come al solito, sarebbe divenuto un ‘dovere’. Ed allora si ‘divertì’ a giocare al rialzo, di data in data. Credo poi si accordò ma conoscendolo, anche in quell’occasione si fece rispettare.

Poi l’avvento di questo maledetto virus, che macina vite come fossero foglie che si calpestano camminando i viali autunnali.

Anche in quell’occasione ci sentimmo e mi inviò ‘Rinascerò rinascerai’, che aveva scritto con Roby in omaggio alle vittime di Bergamo.

Ci eravamo sentiti non tropo tempo fa, al volo. Confermò che con Roby Facchinetti avevano realizzato musiche e canzoni da riempire un doppio album, in gran parte ispirato proprio a ‘Parsifal’. Gli chiesi: mi prometti che come siete pronti vieni a raccontarmelo sulla web tv di Italia sera? E lui subito: “Certamente, ma fammelo finì, sennò che ti dico: ho fatto Parsifal?”

Ma si tira avanti. Come capita a tutti poi, per paura od egoismo, pensi sempre che le disgrazie di cui vai scrivendo – giorno dopo giorno – sempre di più, siano ‘altrui’, dunque cose lontane.

Fino a stasera quando, ironia della sorte, mi sono trovato ad intervistare in diretta sul web, un mio collega appena guarito da questo stramaledetto Covid-19.

Anzi, in questi stessi giorni, diverse persone a me carissime, hanno avuto la medesima esperienza e, ad essere sincero, mi ha rincuorato il fatto che, sentendomela raccontare, ho avuto la percezione di una fortissima influenza.

Dunque, illudendomi, ho rincasato avendone abbastanza per tenere a bada la mia leggendaria ipocondria.

Poi, verso mezzanotte, mentre ero appisolato sul divano, davanti alla tv, mi ha svegliato mio figlio più grande col telefonino in mano, per dirmi quello che mai avrei pensato di sentirmi dire. Sono saltato su bestemmiando malamente (e me ne dispiaccio), ho afferrato lo smartphone, e in quella frazione di secondi sono stato attraversato da un milione di pensieri ed un unico comune denominatore: mo che è sta ‘cazzata’? Purtroppo non era una ‘cazzata’. Le decine di palline verdi che riempivano la schermata di Whatsapp replicavano la stessa frase: ‘Hai visto? E’ morto Stefano…’

Stefano se ne è andato, a 72 anni, in punta di piedi.

E’ vero, era reduce da una patologia pregressa, ma se non fosse stato contagiato da questo maledetto virus, ora non saremmo qui a piangerlo…

Ancora una volta ci ha fregato tutti, anticipando così l’eternità delle sue canzoni. Un po’ come scrisse per ‘Rubiamo insieme un’isola’:

“Prima che sia ieri questo mio cantare, io mi m’inventerò ali per volare…”

Ciao Sdo, ci mancherai. Mi mancherai…

Max

L’intervista con Stefano D’Orazio per l’uscita del suo libro ‘Confesso che ho stonato’, al Crossroad di Roma. 13/01/13