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Urs Althaus esclusivo: “Io, Aristoteles e la malattia sconfitta. La mia vita come un romanzo”

Di Giacomo Chiuchiolo

Urs è un bambino felice perché a Zurigo, vicino a dove abita, è arrivato il Santos di Pelè, il suo idolo. Ha una foto in mano e la sventola mentre corre e dribbla dirigenti e tifosi della squadra brasiliana. Infila la via degli spogliatoi: il suo eroe è lì, ma solo a quel punto la sicurezza lo ferma. Pelè in persona chiede di lasciarlo passare, Urs gli porge la foto che conserva ancora gelosamente, perché sopra c’è la firma di O’Rey.

Pelè è anche il suo soprannome di ragazzo, perché a Uri è uno dei pochissimi neri e gioca bene a calcio. La madre è svizzera, il padre nigeriano. Non lo ha mai conosciuto perché se ne è andato prima che nascesse. Il pallone lo accompagnerà per tutta la vita, prima nel sogno di diventare un calciatore professionista, poi nel ruolo che lo ha consacrato alla storia del cinema italiano.

Urs Atheus è un modello, attore e imprenditore. In Italia è per tutti Aristoteles, il protagonista de ‘L’allenatore nel pallone’, film cult degli anni ‘80. Sono passati 40 anni ma nessuno lo ha dimenticato. Il 7 agosto uscirà la sua autografia ‘Io, Aristoteles, il negro svizzero’, pubblicata da ‘Bibliotheka edizioni’, che racchiude la sua vita.

Successi e fallimenti, gioie e dolori, l’ultimo superato un anno fa: “Sono stato operato di cancro lo scorso aprile – racconta in esclusiva a Italiasera.it – Non lo avevo ancora detto a nessuno perché non mi piace essere compatito. È andato tutto bene per fortuna. Un segno di Dio. L’operazione è riuscita perfettamente e non c’è stato nemmeno bisogno della chemio, devo però sottopormi a visite specialistiche ogni tre mesi. Anche in quel caso Aristoteles è stato protagonista”.

Come?

Sono stato operato dal primario dell’ospedale, conosciuto in tutta Europa. Mi ha voluto operare personalmente perché ha detto di aver letto il mio libro. Finito l’intervento mi ha affidato ad un altro medico che si è preso cura di me. La prima cosa che mi ha detto? “Ma tu sei Aristoteles”. Quel medico era di Roma.

Cosa ha rappresentato per lei Aristoteles?

Ho capito diversi anni dopo quanto avesse avuto successo quel film. Quando sono tornato in Italia per girare ‘Il commissario’ tutti gli attori cantarono ‘Ari, Ari’. Incredibile. A Fiumicino, ad esempio, eravamo tutti in fila per mostrare la carta d’identità. Arrivò un incaricato alla sicurezza e mi disse ‘Ari non può fare la fila, vieni’. Quando torno in Italia, spesso a dir la verità, la gente ancora mi chiede l’autografo. Mi scrivono su Facebook e mi dicono ‘pensavamo fossi veramente brasiliano’. Quando ricevi questo amore vuol dire che hai lasciato qualcosa, per me è un regalo. Quel ruolo è stato un cerchio chi si è chiuso.

In che senso?

Sono stato un calciatore professionista. Prima nel Basilea, poi nello Zurigo. È sempre stato il mio sogno, volevo emulare il mio idolo Pelè. Ero un centrocampista, un numero 10. Giocavo a sinistra e destra perché ero bravo con tutti e due i piedi. Firmai un contratto con lo Zurigo, poi dopo un grave incidente mi sono fatto male al braccio, il dottore mi disse che se avessi subito un altro infortunio del genere probabilmente non sarei più riuscito ad usarlo. Per quello ho smesso. Ma Aristoteles mi ha dato la possibilità di tornare a giocare.

Cosa ha fatto dopo aver smesso col calcio?

Ho finito la scuola di economia, poi ho ricevuto diverse proposte come modello e indossatore. Ho pensato che la mia salute fosse più importante dello sport, anche se ho pianto per un anno dopo l’addio al calcio. Per la mi prima sfilata ho ricevuto 700 franchi, più di quanto avevo guadagnato in un mese in ufficio. Poi i compensi aumentarono di mese in mese. Quel lavoro mi ha dato l’opportunità di viaggiare per il mondo.

Come è diventato attore?

Abitavo a New York, nello stesso palazzo di Pavarotti e Beckenbauer. Un giorno ho incontrato Lina Wertmüller e mi ha invitato a Roma per prendere parte ad un film con Sofia Loren, che non uscì mai a causa del fallimento del Banco Ambrosiano. Da lì ho iniziato a prendere parte a qualche film, con piccole parti.

E l’’Allenatore nel pallone’?

Sergio Martino mi invitò al casting tramite il mio agente. Mi chiese se sapessi giocare a calcio, mi passò un pallone e feci due tre giochi di gambe. Si mise a ridere e disse ‘credo di aver trovato il mio Aristoteles’.

Cosa ha rappresentato Lino Banfi per lei?

Anche lui mi ha chiesto subito se sapessi giocare. È stata una persona incredibile, corretto nei miei confronti. Mi ha dato molti consigli durante le riprese, mi aiutava a preparare le scene. Gli piacevo e la cosa era reciproca. Prima della famosa scena del pianto venne in camera mia e mi disse che per lui quel ciak era molto molto importante, di farlo in maniera naturale. Per questo venne così bene: non era finto.

La scena più divertente da giare?

Per me che amo il calcio la risposta è scontata: quando abbiamo incontrato i giocatori della Roma. Mi ricordo quella scena: ho chiesto di girarla in diretta, senza far finta di giocare, perché i miei amici che amavano il calcio mi avrebbero preso in giro altrimenti.

Il 7 agosto uscirà in Italia la sua autobiografia. Perché quel titolo ‘negro svizzero’?

La parola negro non ha un’accezione negativa, alcuni l’associano a ‘nigger’. Ma non è così.

È stato vittima di episodi di razzismo?

Durante infanzia non ho mai subito casi del genere. Ho incontrato il razzismo solo negli Stati Uniti. Nel 1977 sono stato il primo uomo di colore a posare per GQ, non capivo all’epoca l’importanza di quell’evento, perché in Svizzera non c’erano i problemi di razzismo che invece imperversavano negli USA in quel periodo. Molti ancora mi scrivono oggi per ringraziarmi per quello scatto. A Zurigo ho avuto problemi del genere dopo il mio ritorno: 10 anni fa all’uscita da un bar sono stato pestato a sangue da un gruppo di persone. Mi lasciarono solo dopo aver capito chi ero.

Il momento più difficile della sua vita?

Quando ho incontrato la droga. Non avevo mai fumato né bevuto fino a quando giocavo. Quando ho saputo che non avrei potuto più fare il calciatore ho comprato un pacchetto di sigarette, ne ho fumate dieci mentre piangevo da solo. A New York, poco tempo dopo, dopo la prima sfilata di Vincent Laurent sono stato invitato ad un party di Andy Wharol. Era tutto bianco, non avevo mai visto una cosa del genere. Era cocaina. Ho provato anche il crack, era incredibile. Una volta mi sono addormentato a Central Park. In quel momento ho capito che dovevo cambiare. Grazie ad un amico sono andato ad un centro di disintossicazione, per un anno di fila, ogni giorno. E ne sono uscito. L’ho fatto anche per mia madre, che non avrebbe voluto vedermi così.

Com’è stata la sua vita a New York?

Le racconto un aneddoto divertente. Una notte ero in camera: sento dall’altra stanza un uomo cantare, il mio cane si mette così ad abbaiare di rimando. Sento bussare alla porta, è l’uomo che cantava e mi fa: ”Signore con il cane che abbia non riesco a dormire”. “E io non riesco con lei che canta”, gli ho risposto. “Non mi interessa chi sei io vorrei dormire”, ho continuato. Dall’altra parte è scoppiata una risata: “Di solito alle persone piace il mio canto, sono Luciano Pavarotti”. Da lì è nata una bella amicizia, siamo andati insieme qualche volte allo stadio dei Cosmos a vedere Beckenbauer che abitava nello stesso palazzo.

Ha rimpianti?

Nessuno. Se non avessi fatto tutto quello che ho fatto probabilmente non avremmo organizzato questa intervista. Ogni strada ha un senso.

Progetti futuri?

Da diversi anni porto avanti il progetto Grand Opera Wilhelm Tell che ha l’obiettivo di inscenare il Guglielmo Tell di Gioachino Rossini. Un progetto molto ambizioso frenato dal coronavirus. Stiamo lavorando per capire quando potremo metterlo in scena, forse nel 2022.