Muore suicida Paula Cooper, simbolo della lotta contro la pena di morte- di Laura Selvarolo

Paula Cooper, simbolo della lotta alla pena di morte, ha deciso di togliersi la vita con un colpo di pistola alla testa. Ricordata come la più giovane americana condannata all’esecuzione capitale, si è suicidata martedì mattina fuori dalla residenza di Indianapolis dove abitava.

La sua storia sconvolse l’America e non solo. Nel 1986, all’età di sedici anni entrò nel braccio della morte per aver ucciso brutalmente la sua insegnante di religione Ruth Pelke,78 anni, trafiggendola 33 volte con un coltello. Il movente fu quello della rapina, ma ciò che ne ricavò furono solamente dieci dollari ed una vecchia auto.

Dopo aver confessato, fu arrestata e condannata alla sedia elettrica. Durante il periodo di reclusione partì una campagna internazionale a sua difesa, a cui partecipò anche l’Italia. Nel 1987 ci fu il passo di Papa Wojtyla con la richiesta che a Paula fosse risparmiata la vita. Solo nel 1989, dopo una sentenza della Corte Suprema che aveva abolito la pena di morte per gli ’under 16’ all’atto del delitto, la magistratura la condannò a 60 anni di prigione, che furono poi ridotti a 27 per buona condotta.

Tra pochi mesi la sua libertà vigilata sarebbe finita e Paula avrebbe potuto finalmente lavorare con “Journey of Hope”, l’organizzazione anti-crimine e anti-pena di morte fondata dal nipote della sua vittima, Bill Pelke. L’uomo che aveva deciso di aiutarla, conferma le buone intenzioni della 45enne. “Voleva riparare. Voleva spiegare ai giovani che il crimine non paga, che c’è sempre nella vita la possibilità di ’fare la cosa giusta. Qualcosa non ha funzionato.” Questa la confidenza fatta a Pelke poco prima del rilascio. “Non so scrivere un assegno. Pagare una bolletta”.

Spaventata dal futuro e dalla libertà Paula ha preferito morire senza realizzare il suo sogno, aiutare i giovani ad evitare le trappole in cui lei stessa era caduta.