Pirateria digitale, Google risarcisce i detentori di copyright

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    Molti, specie in Italia, vi vedono nella pirateria digitale un facile mezzo per usufruire liberamente di contenuti audiovisivi, per cui si dovrebbe sborsare una cifra a volte molto esosa. Però forse la maggior parte non pensa che vedendo un contenuto illegalmente, danneggia il detentore dei diritti a cui li spetta un rimborso per la vendita dei propri contenuti. Vale per la musica e per il video, per cui molti provider, da tempo, hanno fatto ricorso agli streaming legali: Spotify in tema musicale, Amazon Prime Video e Netflix per il video. Google era giudicata il principale colpevole nel favorire la pirateria digitale, visto che, digitando la parola del contenuto che si desidera scaricare sul motore di ricerca, escono fuori migliaia di siti trasversi. Ma ora l’azienda di Mountain View e le sue affiliate dovranno risarcire i produttori di contenuti. Tre miliardi di dollari sono stati sborsati da Youtube agli utenti detentori dei contenuti, 1,8 miliardi riconosciuti al comparto musicale tra l’ottobre del 2017 e il settembre di quest’anno con la pubblicità e 100 milioni investiti nello sviluppo e regolamentazione di Content Id, la soluzione che garantisce la gestione dei copyright sulla piattaforma. Sono alcune delle cifre del rapporto sulla pirateria che Google stila ogni due anni, il primo dopo l’approvazione della riforma europea del copyright da parte del Parlamento di Bruxelles che potrebbe, se non trasformare, inasprire la concorrenza degli attori che agiscono in rete. Il 22 ottobre la Ceo della piattaforma di video di proprietà Google, Susan Wojcicki, nel dare l’annuncio di un investimento da 20 milioni di dollari in contenuti didattici di qualità, ha infatti sottolineato nuovamente la contrarietà del colosso al provvedimento. Un altro fatto è cambiato dal 2016, quando Google aveva dichiarato di elargire una somma all’industria del copyright pari a 2 miliardi e un investimento in Content ID di 60 milioni (immutata, invece, la percentuale di successo della soluzione, 98 per cento): YouTube ha lanciato – nel nostro Paese da quest’estate – la sua app a pagamento per sfidare Spotify e Apple Music e accrescere le possibilità di far entrare ulteriori introiti, sia la sua sia quella delle etichette. Secondo l’ultima analisi condotta dalla International Federation of the Phonographic Industry, però, la guerra fra i due mondi deve ancora sorgere: sulla piattaforma di BigG viene trascorso più della metà del tempo dedicato dagli utenti allo streaming on demand musicale, ma il cosiddetto value-gap – la differenza fra la qualità delle canzoni e quanto viene individuato all’industria – è ancora molto grande. Dove YouTube riconosce un euro, Spotify ne paga venti (il dato viene stabilito ogni anno e considerando ogni singolo utente). Fra le novità degli ultimi due annui c’è stato il lanciodi Copyright Match, alternativa a Content Id dedicata ai cosiddetti creator da più di 100 mila iscritti per rintracciare solamente le copie pirata dei video interi. Tornando al resoconto iniziale, Google evidenzia i 10 milioni di introiti pubblicitari rifiutati nel 2017 per questioni legate al mancato rispetto del copyright e 3 miliardi di Url rimosse dal motore di ricerca per lo stesso motivo.