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Israele-Hamas: prove di distensione, ma Netanyahu prolunga le azioni militari: “Vogliamo raggiungere obiettivi”

Il premier israeliano cerca, prima di un cessate il fuoco definitivo, un colpo conclusivo per rinforzare la sua posizione. Ripreso anche il lancio di razzi da Gaza al Sud dello Stato ebraico

Il primo ministro Benjamin Netanyahu cerca la spallata finale per mettere fine alla guerra con Hamas. Nonostante i (deboli) appelli della comunità internazionale per un cessate il fuoco, il leader israeliano, molto in bilico nei giorni precedenti all’avvio del conflitto, fa sapere agli ambasciatori stranieri che intende “raggiungere gli obiettivi dell’operazione”. Tregua sì, ma prima il premier potrebbe essere interessato a infierire un duro colpo ad Hamas, organizzazione che di fatto controlla dal 2007 la Striscia di Gaza, per rafforzare ulteriormente la sua posizione in politica interna. “Precedenti operazioni – ha detto – sono durate un periodo prolungato. Per questo non è ancora possibile stabilire la durata di questa operazione. Non siamo con il cronometro in mano”.

Nel frattempo prosegue il botta e risposta “asimmetrico” tra Tel Aviv e Gaza. L’aviazione israeliana – riferisce il portavoce militare Hidai Zilberman – ha colpito quaranta obiettivi, distruggendo altri 12 km della “metro di Gaza”, tunnel sotterranei utilizzati da Hamas come nascondigli, tra cui centri di comando e depositi d’armi. Raid israeliani (ieri) hanno distrutto la clinica al-Rimal, nel centro di Gaza, l’unico laboratorio Covid-19 dell’intera Striscia in grado di condurre i test di tracciamento. Dall’inizio delle ostilità – rende noto il ministero della Salute di Gaza – sono morti nei bombardamenti 219 palestinesi, di cui 63 bambini, 36 donne e 16 anziani. “Tra le vittime 130 erano combattenti di Hamas, 30 della della Jihad islamica”, spiega l’Idf, le forze di difesa israeliane, che ha giustificato l’attacco alla torre Al-Jalaa, sede locale dell’Associated Press e di al Jazeera, con la presenza nell’edificio di un centro di Hamas.

All’inverso dal 10 maggio sono circa 3.750 i razzi lanciati da Hamas e Jihad islamica verso lo Stato ebraico. Finora le zona più colpite sono il Sud e i territori intorno alla Striscia, tra cui la città Ashkelon e il valico di Kerem Shalom. In totale sono dodici le vittime israeliane, tra cui due bambini di 5 e 12 anni. Dei quasi 4.000 missili lanciati da Gaza – fa sapere il portavoce militare di Tel Aviv – il 90% è stato intercettato dall’Iron dome, il sistema di difesa israeliano, mentre 550 erano difettosi.

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La comunità internazionale

Dopo tre chiamate “blande” da parte di Joe Biden a Netanyahu per un cessate il fuoco, è attesa una quarta telefonata più incisiva del presidente degli Stati Uniti, pressato dall’establishment democratico storicamente “filoisraeliano” e dall’ala più radicale che in questi giorni (si pensi a Bernie Sanders, Alexandra Ocasio-Cortez ecc.) ha espresso solidarietà ai palestinesi. Finora una dichiarazione congiunta sul conflitto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (15 membri) è stata bloccata da Washington. Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice americana all’Onu, ha motivato il veto spiegando che in questo momento una dichiarazione pubblica non servirebbe a calmare la tensione.

Francia, Egitto, Nazioni Unite, Qatar, Giordania e Turchia intanto provano a giocare un ruolo primario nelle trattative di una tregua. Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto, ha proposto “attraverso canali privati” – riferisce Channel 12 – un cessate il fuoco tra Israele e Hamas a partire da alle 6 di mattina (ora locale) di giovedì prossimo, giorno in cui è prevista la convocazione dell’assemblea generale dell’Onu. L’unione europea, attraverso il suo capo della diplomazia Josep Borrell, ha chiesto, al termine di una riunione dei ministri degli Esteri, “l’immediata attuazione di un cessate il fuoco”. Senza mordente, però, né l’autorevolezza di una voce grossa in Medio Oriente. Negli ultimi giorni anche la Cina ha intensificato gli sforzi “per proporsi – scrive l’Ispi – come mediatrice tra le parti in conflitto”. La presenza in Medio Oriente di Pechino, più fluida nel muoversi tra le parti in conflitto (intrattiene rapporti diplomatici sia con Israele che con la Palestina) e più pratica degli occidentali, resta però limitata.

La situazione nelle città

Ad aggravare i bilanci della guerra ci sono i disordini nelle città, dove la coabitazione tra comunità araba ed ebraica è sempre più tesa. A Ramallah, in Cisgiordania, quattro palestinesi sono morti negli scontri con la polizia. Ieri si è svolto uno sciopero generale, proclamato dalla leadership politica araba, a sostegno della Moschea al Aqsa a Gerusalemme (teatro di scontri) e degli abitanti del quartiere arabo di Sheikh Jarrah, zona est della città (dove alcune famiglie palestinesi sono a rischio sfratto).

Mario Bonito