Lina Wertmuller e i suoi occhiali bianchi

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    Travolta da un glorioso destino, Lina Wertmuller, novanta candeline soffiate lo scorso agosto, viene osannata al Bellaria Film Festival dal 27 al 30 dicembre che le conferirà un premio alla carriera e presenterà il bellissimo documentario Dietro gli occhiali bianchi di Valerio Ruiz, assistente della regista. Andiamo a far visita a Lina Wertmuller nella sua storica casa a due passi da piazza del Popolo a Roma. Lina Wertmuller  ci accoglie seduta sul sofa, a piedi nudi e il sorriso stampato. Ricorrenze, storie, brevi pensieri si accumulano, qualche manchevolezza subito corretta, la puntualizzazione di qualche sbavatura, il rovesciamento delle domande (“ma questo non vale anche per lei?”), le frecciate “le mie storie sono antiche come le gesta di Federico Barbarossa”. Novant’anni di grande passione. “Sono sempre stata così, fin da ragazzina non sopportavo le ingiustizie e le mie reazioni forti a volte provocavano guai. Ricordo un’offesa a mio fratello che vendicai mordendo a sangue un ragazzino. E quando, a scuola, mi ritrovai a fare la pupù in classe dopo che invano avevo chiesto di andare al bagno. La feci davanti alla maestra e alla preside. Non lo feci apposta però ricordo la sensazione piacevole di vedere lo stupore disegnare in modo buffo le loro facce. La natura di Gian Burrasca fa certamente parte della mia personalità”. E infatti l’ha trasportato in tv con grande maestria. “Era il libro preferito di mia madre. Diventò un fenomeno di costume, grazie anche alla straordinaria bravura di Rita Pavone, con lei nacque anche un’amicizia che dura ancora oggi”. Tra i primi compagni di una vita di Lina ci sono stati gli occhiali. “Mia madre era dispiaciuta per me. Io invece ero contenta di poter vedere a fuoco. Tanti colori, poi il colpo di fulmine per quelli bianchi: solari, balneari, regalano subito un clima di festa. Ne ordinai cinquemila paia”. Quando Woody Allen la chiamò per un cameo in Io e Annie lei gliene spedì un paio.