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Povertà da coronavirus: una famiglia su 5 è già in grave difficoltà economica, autonomi allo stremo

Sembra sia stato quasi un bicchiere d’acqua: come se per milioni di italiani lasciare il proprio lavoro – nella maggior parte dei casi precario – e chiudersi dentro casa per oltre 40 giorni (e parliamo anche di appartamenti di 40mq per un’intera famiglia), fosse un ‘piccolo’ sforzo.

In realtà, ed il peggio lo scopriremo nelle settimane a seguire, nel nostro Paese è, sta, andando in scena una tragedia di proporzioni immense.

Una famiglia su 5 è già allo stremo

Come si è infatti presa la bega di appurare la società di ricerca del gruppo Cerved, Innovation Team (‘poi’ arriverà anche l’Istat), attualmente in Italia – a seguito ell’emergenza sanitaria – una famiglia su cinque ristagna in gravissime difficoltà economiche.  Ma non solo: ben il 40% delle stesse convive con l’incubo della disoccupazione che, in virtù delle esigue entrate registrate in questi giorni, ‘vede’ come una condizione vicina o, al massimo manifestabile di qui a un anno.

La Cerved, Innovation Team, azienda attiva nella gestione del rischio di credito, sta infatti monitorando di settimana in settimana l’entità dell’impatto che la crisi da coronavirus ha avuto su 500 nuclei familiari, censiti composizione, reddito, ed area geografica.

In tanti sono stati costretti ad attingere dai risparmi

Dunque entrando nello specifico, il 21,2% delle famiglie denuncia la drammatica incidenza della crisi sul proprio reddito ma, attenzione, se ci si sposta nella fascia sociale meno abbiente (da circa 20mila euro netti annui), la percentuale sale al 32,2%, la metà dei quali (per il 47,8% dei casi), è stato costretto a ricorrere ai risparmi per ‘sopravvivere’. Una media altissima dal quale ne esce appena 25,4% dei nuclei famigliari, che hanno rivelato di non aver sofferto particolarmente.

La perdita del lavoro terrorizza i nuclei familiari

Dunque, al di là dell’attuale situazione economica, ciò che maggiormente terrorizza le famiglie, è la convinzione che questa non sarà una crisi passeggera. In tanti teorizzano infatti un 2021 ‘nefasto’, nel corso del quale il 37,5% ‘teme molto’ (ed il 23,2% ‘moltissimo’), la chiusura dell’azienda o – confida il 41,2% del campione intervistato – la perdita del lavoro da parte di almeno uno dei componenti. La stessa paura riguarda anche il reddito, con il 43,6% convinto di vederlo ‘votilizzarsi’. Sempre rispetto all’anno che verrà, il 47,3% è convinto che guadagnerà molto meno di ora, ed il 53% di quanti hanno redditi bassi, è convinto che non riuscirà a garantirsi un risparmio. 

Rispetto al futuro i lavori autonomi vedono nero

Ovviamente, spiega ancora l’indagine svolta dalla  Cerved, Innovation Team, chi al momento sta pagando il prezzo più alto è la platea composta dalle famiglie il cui reddito è frutto di lavoro autonomo.

In quest’ambito, il 31% ha subito un vero e proprio crollo delle entrate (considerando che invece la media indica un 21,2%) mentre, rispetto al 18,6% di esse, il 34,9% è stato costretto ad attingere a piene ani dai risparmi.

Questi nuclei, nella metà dei casi sono inseguiti dal terrore di essere corretti a dover chiusura dell’attività (50,1%), o comunque (il 48,6%) essere destinati a perdere il lavoro. Mediamente, il 57,4% teme di qui ad un anno di poter salvaguardare i risparmi, usandoli per tirare avanti.

Una famiglia su due rinuncerà alle spese sanitarie

C’è inoltre un ulteriore dato da non sottovalutare: nell’ultimo anno il 52,2% (68,5% se riferito a fasce con redditi bassi), ha rinunciato alle prestazioni (nel 17,9 dei casi, importanti), ed il 55% con l’avvento del coronavirus, ha dovuto posticiparle. Quindi, con la conseguente crisi economica sopravvenuta al lockdown, anche in termini di consumo, soltanto il 15,7% delle famiglie pensaci di riuscire ad affrontare la crisi più o meno ‘serenamente’. Il 22,4% (ed il 30% di quanti sulla soglia di povertà), è invece convinto che dovrà per forza di cose rinunciare a spese anche importanti, come appunto quelle sanitarie, ma anche per quelle inerenti la cura dei familiari e l’istruzione.

L’unica variante apprezzata è lo ‘smart working’

Insomma, come abbiamo visto, si tratta di un quadro desolante, l’unico dato positivo è rappresentato soltanto da quanti, con la ‘quarantena’, hanno avuto modo di ripiegare nello ‘smart working’. Il 57,5% di quanti lo hanno sperimentato ha infatti dichiarato di averlo apprezzato, ed 49,7% lo ha giudicato esaustivo per i suoi compiti professionali. Tuttavia, soltanto il 34,1% lo ha trovato utile se valutato nell’impiego di nuovi progetti.

Un decisivo cambio comportamentale quello apportato dall’introduzione del ‘smart working’, che ha riguardato il 22,9% degli intervistati e, il 47,5%, ha affermato che continuerà comunque ad utilizzarlo, seppure ‘parzialmente’.

Max