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‘Qui NON finisce tutto’: in Campidoglio un incontro organizzato da Azione sulla condizione dei transgender nelle carceri

“Qui finisce tutto”. Con questa semplice frase affidata al blog che a lungo ne ha raccontato il doloroso vissuto Cloe Bianco, l’ex professoressa transgender vittima della transfobia, sceglie di dire addio alla vitaÈ il giugno del 2022. A poco più di un anno di distanza da allora, proprio prendendo spunto da quelle parole, è iniziato in Campidoglio un ciclo di incontri, fortemente voluto da Flavia De Gregorio e organizzato dal gruppo capitolino di Azione, che, puntando sull’idea che “qui non finisce tutto”, cerca di tracciare un percorso capace di contribuire alla realizzazione di una società più giusta e inclusiva.

 Dopo quelli di marzo e maggio, il terzo appuntamento, dal titolo “Qui NON finisce tutto: più diritti nelle carceri”, è in programma oggi, 6 novembre, a partire dalle ore 18.00 nella Sala della Protomoteca in Campidoglio.

Ai lavori prenderanno parte, tra gli altri, accanto a Flavia De Gregorio, capogruppo capitolino di Azione e membro della Commissione Politiche Sociali di Roma Capitale; Valentina Calderone, Garante comunale delle persone private della libertà personale; Maria Brucale, avvocato penalista e componente del Direttivo di Nessuno Tocchi CainoFrancesca Tricarico, direttrice di Le Donne dal Muro Alto e regista dell’associazione culturale Per AnankeAsia Cione, Coordinatrice Transgender Day of Visibility RomaLeila Pereira, Presidente Libellula APS, Simona Ciaffone, funzionario dell’Ufficio per il processo presso il Tribunale Penale di Roma, e Marilena Grassadonia, coordinatrice dell’Ufficio Diritti Lgbt+ di Roma Capitale. Ad introdurre sarà Carlotta Desario, autrice di Ortica e membro del gruppo D&I dello US Youth Council a Roma; a moderare Valerio D’Angeli, Coordinatore delle Politiche Sociali Roma in Azione.

Anche nel corso di questo incontro, come accaduto in precedenza, si tornerà ad ascoltare la comunità transgender romanaAd essere affrontata questa volta sarà la spinosa questione dei diritti delle persone LGBTQI+ detenute nelle carceri, con particolare riferimento alle persone transgender, costrette a scontare una pena dettata, oltre che dai crimini commessi, da un’identità non riconosciuta.

Stando all’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, che dalla fine degli anni ’80 si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, sono soltanto 6 dei 189 istituti penitenziari presenti sul nostro territorio quelli che accolgono le 72 persone transgender attualmente detenute.

“Per loro la reclusione diventa l’espiazione di una colpa verso una società che ad oggi non si è ancora rivelata capace di tutelare i loro diritti. Malgrado le convenzioni internazionali impongano alle autorità penitenziari la tutela della salute dei detenuti, sono infatti ancora troppe oggi le mancanze oggettive e assolutamente insufficienti le soluzioni messe in atto per compensarle. Il risultato è la discriminazione di questi detenuti, nonostante la Costituzione disegni per tutti un carcere che mira alla rieducazione ed esclude trattamenti disumani”, ha dettoil capogruppo capitolino di Azione Flavia De Gregorio.

Ancora oggi il codice culturale delle carceri è binario e fortemente sessualizzato: sono “pensati” solo per maschi e femmine, e questa arretratezza significa ghettizzazioni e criminalizzazioni pesanti anche nella quotidianità detentiva. Per la maggior parte delle persone transessuali e transgender la disponibilità ad essere ospitati in case di accoglienza o comunità terapeutiche alternative alla detenzione è molto limitata così come la possibilità di trovare un’occupazione ultimato il proprio percorso. La difficoltà ad accedere a occasioni riabilitative in campo sociale o a diverse attività di istituto, quali scolarizzazione, formazione, lavoro, sport, ore d’aria concesse, nonché il diritto alla salute e alla somministrazione della terapia ormonale, in alcuni luoghi detentivi ristretta ad un solo ormone, poi genera fin da subito un enorme disagio nei reclusi transgender.

Secondo il capogruppo capitolino di Azione Flavia De Gregorio:Avere meno di tutto rispetto agli altri in ragione dell’identità sessuale e di genere crea molta sofferenza e comportamenti che spesso finiscono per mettere a rischio la stessa sopravvivenza di queste persone, tanto che autolesionismo e automutilazione diventano un modo per denunciare la mancanza di riconoscimento al proprio diritto di autodeterminazione”.

In Italia, a maggior ragione nelle carceri, le persone trans subiscono un continuum di violenza di genere per tutto l’arco della loro vita, in quanto, all’interno di queste strutture, risultano soggetti “non previsti”, e finiscono per essere inseriti spesso in reparti precauzionali insieme a detenuti reclusi per reati di natura sessuale o isolati in “sezioni ghetto”.

“Nel nostro paese, la realtà delle persone transgender nelle carceri, non è stata ancora adeguatamente affrontata a livello statale, ma rimettendo a ciascun istituto penitenziario l’organizzazione idonea di spazi già di per sé molto angusti. Tutto questo è assurdo. Abbiamo solo un modo per far sì che i diritti delle persone transgender condannate a scontare una pena vengano rispettati ed è quello di affrontare quanto prima la questione, inserendola nell’agenda politica italiana”ha concluso Flavia De Gregorio.

Max