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    Roma, trasporti e caos: Fuligni “Più controlli per garantire il distanziamento e ripensare la mobilità della città”

    Mezzi pubblici pieni e poco distanziamento. “Si è perso troppo tempo”, dice Fuligni, segretario regionale Filt Cgil con delega ai trasporti, secondo cui il problema ha radici lontane

    Ultimo aggiornamento 17:04
    Daniele Fuligni
    Daniele Fuligni, segretario regionale Filt Cgil

    Segretario, pochi giorni fa avete festeggiato i 40 anni della nascita della Filt Cgil con un webinar dal titolo Le sfide del nuovo decennio. Ce ne vuole parlare?

    Martedì, 27 ottobre, abbiamo organizzato il webinar Le sfide del nuovo decennio per coinvolgere le parti sociali e gli assessori alla Mobilità della Regione Lazio e di Roma Capitale, Mauro Alessandri e Pietro Calabrese, nella discussione relativa all’emergenza sanitaria e alle prospettive future del trasporto pubblico. Obiettivo dell’iniziativa, in verità non l’unica per celebrare i 40 anni del sindacato, è stato analizzare quali sono stati gli interventi attuati per fronteggiare l’emergenza, ma anche offrire possibili soluzioni per risolverla. Abbiamo fatto delle proposte chiare, grazie anche al coinvolgimento delle agenzie per la mobilità romana e regionale che ci hanno fornito pareri tecnici, alla classe politica. Dopo il periodo estivo l’emergenza è tornata attuale e vorremmo non si perda altro tempo per investimenti e misure.

    Quali sono state le vostre proposte?

    In questa fase emergenziale servono controlli massicci per far rispettare il distanziamento sui mezzi pubblici. Bisogna dunque sollecitare le istituzioni nell’attuazione di presidi sul territorio. Senza alcun tipo di controllo si rischia di vanificare gli sforzi fatti. Può essere utile anche il noleggio di bus privati per rinforzare il trasporto pubblico locale. C’è da dire, però, che sono pullman particolari, concepiti per il carico extraurbano, da utilizzare al massimo per le linee interurbane. Una proposta, che noi spingiamo da mesi e sembra esser stata recepita, è quella di cambiare momentaneamente alcune linee interurbane di Atac con bus turistici. Questo permetterebbe ad Atac di implementare le linee urbane e garantire il distanziamento sui mezzi. Ma per me si è perso un po’ troppo tempo. C’è stato un tentativo, ma poca praticità: penso alle linee S messe a supporto delle metro a Roma, che però non ha prodotto grandi risultati.

    Paola de Micheli, ministra delle Infrastrutture e Trasporti, ha detto che il rischio di contagio sui mezzi pubblici è bassissimo. Tesi confermata da Giovanni Mottura, amministratore unico Atac, che ne pensa?

    Sicuramente c’è una differenza tra percezione e realtà rispetto all’assembramento. Il problema, però, è a monte perché è troppa la capienza che viene riconosciuta in partenza sui mezzi pubblici dai libretti di circolazione. Un esempio: un treno CAF può contenere fino a 1200 persone, 120-150 a vagone. È troppo. Attuando il limite massimo dei passeggeri all’80%, sia nella percezione che nella realtà il mezzo è pieno. Per avere un minimo di distanziamento, con questi numeri, la capienza dovrebbe essere al 60%. Il ministero dovrebbe intervenire, in modo programmatico, sul numero di persone che i mezzi dovrebbero contenere in generale.

    Passiamo alle aggressioni nei confronti degli autisti Atac. Nei giorni scorsi un conducente è stato accoltellato. C’è il rischio che le tensioni economiche e sociali possano pesare sul lavoro degli operatori?

    Sì. Purtroppo c’è molta paura e il brutto periodo e l’emergenza infondono frustrazione nelle persone. Questa spesso si scarica sugli operatori che prestano un pubblico servizio. Noi l’abbiamo detto tante volte e abbiamo già sollecitato le istituzioni: servono risorse strutturali che permettano alle aziende un maggiore controllo sul territorio. Un elemento che ora potrebbe avere una doppia funzione: sorveglianza del contingentamento e delle situazioni di pericolo. Se il cittadino percepisce che vengono garantiti controllo e sicurezza, sicuramente la sua propensione è diversa.

    Un altro autobus ha preso fuoco. Perché? E quanti bus servono per garantire il distanziamento sociale?

    Servono 2000 autobus pronti. Oggi siamo intorno a 1450. Un servizio completo necessita di 1600/ 1700 veicoli più una riserva del 10% per le giornate particolari. C’è un gap importante. Il processo di rinnovamento è iniziato, anche se con ritardi. L’anno scorso giravamo con 1000 autobus a Roma, che prendono fuoco per due motivi: sono vecchi, ma soprattutto perché per anni è stata effettuata solo una manutenzione correttiva. Tradotto, per tirare a campare. Bisogna iniziare a pensare sul lungo periodo.

    È forse adesso il momento per poter ripensare la città e la sua mobilità?

    Assolutamente sì. Questo tema, fondamentale, ha rappresentato anche uno degli obiettivi delle conferenze per i 40 anni della Filt Cgil. Analizzare le sfide del nuovo decennio tra diritti, contrattazione e innovazione per ripensare le reti della mobilità tra riforme sociali e ambientali. La pandemia, oltre a stravolgere le nostre vite, sta modificando le abitudini dei cittadini. Stiamo vivendo un allontanamento (causa paure, smartworking ecc.) dai centri urbani che cambia totalmente il concetto di mobilità e di stile di vita. Non siamo preparati per affrontare questa cosa, ma bisogna intercettare questo cambiamento sia fuori che nel centro della città: più trasporti radiali, ovvero dalla periferia al centro, e più linee preferenziali per decongestionare il traffico e lunghe attese alle fermate. Tutto questo al di là del coronavirus.

    Mario Bonito